Non solo sushi: un seminario sulla cultura culinaria in Giappone con il prof. Giorgio Amitrano

Dagli echi della memoria che sprigiona l’assaggio della madeleine proustiana sino al fastoso pranzo di Babette, la letteratura occidentale è ricolma di esempi che mostrano il legame interconnesso tra la parola e i piaceri della tavola. La cultura culinaria: un interesse trasversale – o meglio un’arte – che, però, trascende i confini del singolo Paese e si riflette nelle opere letterarie di scrittori d’ogni dove, ma anche cineasti e illustratori, che declinano in modo differenziato l’approccio al cibo: cibo come ossessione, guarigione o nutrimento dell’anima. Cosa sappiamo, però, del rapporto tra consuetudini e tradizioni alimentari in Giappone e il racconto di queste esperienze attraverso l’arte? Un seminario cominciato lo scorso 9 aprile e tenuto dal prof. Giorgio Amitrano, docente di Letteratura Giapponese, fino al 14 maggio offrirà agli studenti lo spunto per sondare attraverso l’analisi dei prodotti artistici ciò che il tema alimentare o gastronomico in realtà dice del pensiero e del modo di vivere di una società. “La mia curiosità sulla cultura del cibo in Giappone nasce naturalmente molto prima di oggi. È iniziata nel periodo in cui ho vissuto in Giappone, dal 1984 al 1989, quando rimasi colpito dall’eccessiva attenzione dei programmi televisivi per il cibo. Oggi ci sembra del tutto scontato: reality tra i fornelli, libri di critica letteraria e fumetti dedicati al cibo, foto di scrittori con il piatto da loro prediletto. In quegli anni, invece, da noi un format alla Masterchef era inimmaginabile. Ho sempre pensato che il Giappone, infatti, in molti casi anticipasse tendenze che poi altrove si sviluppano nel corso di qualche decennio”. Dalla metà degli anni Ottanta, del resto, “questo Paese stava vivendo una fase di improvvisa ricchezza seguita al secondo Dopoguerra che, come una bolla, è scoppiata, andando incontro subito dopo a una fase di stagnazione economica”. Tuttavia, di quel boom “si è conservata un po’ l’idea di poter disporre del cibo in grande quantità e di poterlo presentare in modo attraente, calibrando una vera e propria mise en place della portata nel piatto: come sappiamo, un’estetica che è stata pian piano intercettata nei tempi a venire da tutti i Paesi con una florida economia”. In verità, il fenomeno in Giappone è tutt’altro che moderno: “si parla già del cibo nella prima opera storiografica risalente all’ottavo secolo”. Ed è quella per i cibi un’osservazione quasi fanatica che continua a presenziare nelle opere degli autori successivi, i quali “celebrano il culto e la passione per qualcosa da preparare e guardare oltre che da gustare, come nell’opera ‘Gourmet Club’ di Junichiro Tanizaki, analizzata in un appuntamento del seminario”.
Yoshimoto e Murakami, storie di cibo e di vita
In ogni cultura il cibo va, in effetti, a consacrare una forma di edonismo “ma non dimentichiamo che il rischio potrebbe essere quello di una deriva consumistica. Allora, se si parla di cibo non si può fare a meno di contemplarne anche gli effetti collaterali, parlare della sua mancanza – della fame e della povertà diffusa in molte zone del mondo – a causa delle guerre, come nel film d’animazione ‘La tomba delle lucciole’ di Isaho Takahata, o a un vuoto interiore, con i disturbi del comportamento alimentare”. La cucina è, dunque, sempre una metafora. Un caso esemplare nella letteratura giapponese è quello rappresentato dal celebre ‘Kitchen’ di Banana Yoshimoto, peraltro tradotto da Amitrano (Feltrinelli, 1991). “Il romanzo ruota intorno all’idea che il cibo possa essere uno strumento di comunicazione affettiva, nonché risorsa per lenire il dolore esistenziale”. Al centro dello snodo narrativo, vi sono le tipiche pietanze giapponesi: “non solo sushi ma ricorrenti il katsudon, una cotoletta di maiale impanata e servita sul riso, e ancora la tempura, il brodo di miso, o gli onigiri come snack, le famose polpette di riso che si vedono spesso negli anime”. Molto indicativo, invece, che i personaggi di Haruki Murakami “siano immersi in uno stile di vita più occidentale e mangino spaghetti o sandwich, a testimonianza di uno sguardo meno tradizionalista dell’autore, cresciuto del resto con la letteratura americana”.
Il cinema e la tv
Per le altre attività formative, “dove diversamente da un corso ordinario si ha più libertà di spaziare, ho pensato anche di analizzare questo fenomeno molto diffuso in Giappone di un’opera destinata a svilupparsi attraverso molteplici mezzi espressivi – letteratura, cinema e serie tv, cartoni animati – quando ottiene grande successo di pubblico”. Una sorta di crossmedialità che gli studenti italiani appassionati di manga e anime conoscono anche molto bene. “Mi è capitato di usare a lezione un manga molto popolare, Shinya Shokudo di Yaro Abe, di sussidio all’apprendimento della lingua e abbiamo scoperto che Netflix ne ha realizzato una serie intitolata ‘Midnight Diner: Tokyo Stories’; storie che ruotano proprio intorno ai clienti di un ristorante e alle pietanze da loro richieste”. Intrecci tra vite personali ed episodi di convivialità che affascinano studenti provenienti anche da lingue o Corsi di studio differenti. “Ho ricevuto, per esempio, domande di partecipazione all’iniziativa anche da chi non aveva necessità di conseguire i due crediti”, a ragione della vocazione comparatistica dell’argomento. “Pensiamo a un film che in Italia ha fatto epoca, pesantemente censurato, come ‘La grande abbuffata’ di Marco Ferreri con Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Marcello Mastroianni e Michel Piccoli: quattro uomini che si rinchiudono in una casa con il solo scopo di mangiare fino a scoppiare”. Un’evidente e controversa critica alla società del benessere da cui è possibile inferire lo stilema del ‘cibo come mania’ che trova riscontro in opere cinematografiche altrettanto note. Sul versante giapponese, per esempio, ne ‘La Città Incantata’ di Hayao Miyazaki, unico anime ad essersi mai aggiudicato un Oscar. Per chi ha visto il film, lo si ricorderà, all’inizio i genitori della protagonista si ritrovano per caso dinanzi a un ricco buffet, immersi in un mondo magico, di cui faranno incetta per poi trasformarsi in maiali. “Il rapporto tra realtà e immaginazione è capovolto nell’opera di questo maestro dell’animazione che proietta la sua critica sociale sul piano fantastico: non un’ammonizione con intento didascalico a chi è schiavo dei propri desideri, piuttosto una messa in guardia dai pericoli dell’avarizia seguiti all’abbandono della frugalità propria della cultura giapponese originaria”. E oggi? “Persiste ancora una considerazione costante per il cibo con programmi che coniugano l’utilità pratica delle ricette al gusto raffinato per l’impiattamento a regola d’arte. È così: il cibo è l’argomento di conversazione più ricorrente nel discorso contemporaneo. Più della salute, del sesso o dell’amore”.
Sabrina Sabatino

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