Una raccolta di 37 saggi in onore del prof. Antonio Saccone

Un dono di ben 535 pagine, con Vincent Van Gogh in copertina, ricco di passione e di curiosità culturali. È il cuore di ‘E subito riprende/ Il viaggio’, raccolta di 37 saggi con cui il Dipartimento di Studi Umanistici ha voluto omaggiare il professore Antonio Saccone, in occasione della sua uscita dai ruoli di Ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea. Questo liber amicorum, nella premessa viene così definito dai curatori del volume, ha raggiunto il prof. Saccone a casa, pochi giorni fa: “Ho ricevuto un dono bellissimo per i miei tanti anni di insegnamento e ricerca”, racconta il docente con un pizzico di emozione. I 37 autori “sono tutti colleghi del Dipartimento, alcuni dei quali sono stati miei allievi – come, ad esempio, proprio i curatori del libro, i professori Silvia Acocella, Francesco de Cristofaro, Virginia di Martino e Giovanni Maffei – In più, hanno sottoscritto la tabula gratulatoria 135 colleghi di Università italiane ed europee, dal Belgio, alla Svizzera, alla Francia, al Regno Unito”. Un omaggio letterario, edito da Edizioni Sinestesie, che è una tradizione, molto cara soprattutto al mondo umanistico: “Ciascun autore – ci sono ad esempio Arturo De Vivo, Stefano Manferlotti, Andrea Mazzucchi, Matteo Palumbo – ha inserito uno scritto relativo ai propri interessi e studi creando un percorso di saggistica letteraria che parte dall’antichità latina e arriva fino alla Ferrante, ai giorni nostri. Immagino sia stato un lavoro che ha avuto una gestazione lunga e che i colleghi avrebbero voluto consegnarmi in studio se non ci fosse stata l’emergenza Covid”. In copertina, due versi ungarettiani, autore caro al prof. Saccone, e una veduta marina di Van Gogh. Il docente – i cui interessi di studio si sono molto concentrati sulla tradizione letteraria italiana di Ottocento e Novecento, anche in rapporto al più ampio orizzonte europeo – è ancora nel pieno delle sue attività di insegnamento e di ricerca. “Sono stato un allievo del grande italianista Giancarlo Mazzacurati – ricorda – Alla Federico II sono particolarmente legato avendo vissuto qui tutta la mia carriera, da studente a borsista, poi ricercatore, associato e infine ordinario”. Nel corso degli anni l’università è cambiata tanto, “e pensiamo al recentissimo e velocissimo sviluppo tecnologico che ha vissuto e che la sta rendendo più aggiornata e aperta alla circolazione della cultura. Forse non tutte le trasformazioni che l’hanno investita sono state positive ma, come diceva Marinetti, non bisogna nuotare nella corrente del tempo con la testa girata all’indietro”. C’è un punto, però, sul quale gli Atenei dovrebbero riflettere e puntare, “e riguarda il reclutamento dei giovani che dovrebbe avvenire in maniera più massiccia poiché abbiamo tanti laureati preparatissimi sui quali dovremmo investire”. Cambia l’università, ma cambiano anche gli studenti “che io trovo, però, sempre in numero costante nel tempo, motivati, sebbene talvolta con qualche lacuna in più. Le scienze umane, io mi sono molto occupato anche del rapporto tra letteratura e scienza, ci spingono a guardare le cose con altri occhi. Pur non avendo un impiego immediatamente produttivo, ci insegnano a non essere fruitori passivi dei messaggi che riceviamo”. Sono testi, un telegiornale, una trasmissione televisiva, “che vanno interpretati in maniera critica, anche grazie alla mobilità di sguardi e prospettive che si acquisiscono con l’ausilio delle scienze umane. Ultimamente ho ricevuto una lettera da un mio laureato che ha vinto un concorso nella Guardia di Finanza e che mi diceva che ha proiettato in questo lavoro tutto quanto gli ho insegnato attraverso la letteratura”. Quello del docente “è sicuramente un mestiere privilegiato che, a noi umanisti ad esempio, consente di leggere, scrivere e comunicare quanto abbiamo letto e scritto. Era il mio desiderio, la mia vocazione, e mi reputo fortunato”. Ad uno studente che ha intrapreso un percorso universitario “consiglio di interrogarsi se la strada prescelta sia effettivamente quella che si desidera perseguire. Ai ragazzi dico sempre di non pensare al voto, ma di guardare oltre, di impegnarsi. Ho ancora il mito del lavoro ben fatto, che mi hanno trasmesso molti degli autori che ho studiato. È in particolare l’idea di far bene che va inculcata ai giovani perché siano lontani dalla sciatteria, dal pressappochismo e dalla scarsa professionalità che si incontrano troppo spesso. Ed ecco, un professore deve insegnare proprio a fare bene”.

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