Prima edizione dell’Italian Rocket Engineering Student Summit (IRESS), organizzata dal team UniNa Rockets il 27 aprile nell’Aula Rossa della sede di Monte Sant’Angelo. Ad aprire l’incontro è stato il presidente del team federiciano, Manuel Longobardi, che ha subito chiarito il senso dell’iniziativa: creare un dialogo strutturato tra studenti e aziende, andando oltre la logica degli eventi occasionali. Ai saluti istituzionali hanno preso parte, tra gli altri, il Direttore del Dipartimento di Ingegneria Industriale Nicola Bianco e il prof. Michele Grassi, Coordinatore del Corso di Laurea in Ingegneria Aerospaziale. Entrambi hanno sottolineato come esperienze di questo tipo siano fondamentali non solo per la formazione tecnica, ma anche per la crescita umana degli studenti e per lo sviluppo di competenze trasversali.
A seguire, si sono alternate le presentazioni dei principali team universitari italiani di rocketry. Da Aurora Rocketry (Bologna), una realtà giovane ma già proiettata verso competizioni europee, a Red Propulsion (Firenze), fino a Skyward (Politecnico di Milano), tra i gruppi più strutturati e con una lunga esperienza internazionale. Hanno partecipato anche StarPi (Pisa), Space Eagle, SRT (Roma), Dope Aerospace (Genova), Thrust (Padova) e il team del Politecnico di Torino, tutti impegnati nello sviluppo di razzi sonda e tecnologie aerospaziali innovative.
Nonostante le differenze organizzative e progettuali, le presentazioni hanno mostrato elementi comuni: forte interdisciplinarità, centralità del problem solving e capacità di trasformare gli errori in occasioni di miglioramento.
Il team UniNa Rockets
Tra i protagonisti della giornata, il ruolo centrale è stato naturalmente quello degli UniNa Rockets, il team della Federico II promotore dell’iniziativa. Il progetto nasce come associazione studentesca, ma si configura ormai come una vera e propria palestra di ingegneria applicata. Gli studenti coinvolti lavorano su progettazione, test e sviluppo di razzi sonda, affrontando problematiche reali che richiedono competenze tecniche ma anche organizzative. Durante l’evento, il team ha presentato i progressi sul sistema di recupero del vettore (uno degli aspetti più critici nella progettazione di un razzo) nell’intervento ‘Hermes o Icaro? I progressi nel campo del recovery’, a cura di Michele Graziano, Alessandro Vortice, Rodriguez Famularo e Michelangelo Amabile.
Proprio dal racconto dell’esperienza progettuale emerge il passaggio chiave del loro percorso: dall’approccio teorico a quello ingegneristico. “Fino allo scorso anno utilizzavamo un metodo quasi accademico – ha spiegato Michele Graziano – ma da un insuccesso abbiamo capito che dovevamo cambiare: nell’ingegneria, come nella vita, non bisogna abbattersi, ma partire dai fallimenti per arrivare al successo”. Il problema da cui parte il lavoro è concreto: un errore nel sistema di espulsione aveva causato l’apertura anticipata del paracadute, compromettendo il volo. Da qui, la necessità di ripensare completamente il sistema di recovery, introducendo un’analisi dei cosiddetti ‘worst case scenarios’.
“Abbiamo considerato le condizioni peggiori possibili – ha spiegato Graziano – come correnti discensionali che possono raddoppiare la velocità di impatto del razzo”. La risposta è stata un sovradimensionamento ingegneristico del sistema. Accanto alla parte meccanica, il team ha lavorato anche sull’elettronica e sulla sicurezza. “Stiamo implementando un sistema totalmente ridondante – ha spiegato Alessandro Vortice – con computer di volo indipendenti per garantire il recupero anche in caso di guasti”.
L’approccio resta coerente con la visione generale del team, emersa anche nella fase iniziale dell’evento: “Noi siamo quelli che si sporcano le mani”, avevano detto dal palco, “ma serve un supporto da terra: le aziende”. Non solo finanziamenti, dunque, ma confronto su metodi e processi. Un passaggio significativo riguarda proprio il modo in cui viene ripensato il ruolo degli studenti: non più soggetti da ‘aiutare’, ma parte attiva di un ecosistema in cui università, ricerca e imprese collaborano.
In questo senso, l’esperienza degli UniNa Rockets rappresenta un esempio concreto di come l’università possa essere vissuta “a 360 gradi”: non solo lezioni ed esami, ma progettualità, lavoro di squadra e crescita personale, in un contesto già proiettato verso il mondo professionale.
Tra i protagonisti della giornata, il ruolo centrale è stato naturalmente quello degli UniNa Rockets, il team della Federico II promotore dell’iniziativa. Il progetto nasce come associazione studentesca, ma si configura ormai come una vera e propria palestra di ingegneria applicata. Gli studenti coinvolti lavorano su progettazione, test e sviluppo di razzi sonda, affrontando problematiche reali che richiedono competenze tecniche ma anche organizzative. Durante l’evento, il team ha presentato i progressi sul sistema di recupero del vettore (uno degli aspetti più critici nella progettazione di un razzo) nell’intervento ‘Hermes o Icaro? I progressi nel campo del recovery’, a cura di Michele Graziano, Alessandro Vortice, Rodriguez Famularo e Michelangelo Amabile.
Proprio dal racconto dell’esperienza progettuale emerge il passaggio chiave del loro percorso: dall’approccio teorico a quello ingegneristico. “Fino allo scorso anno utilizzavamo un metodo quasi accademico – ha spiegato Michele Graziano – ma da un insuccesso abbiamo capito che dovevamo cambiare: nell’ingegneria, come nella vita, non bisogna abbattersi, ma partire dai fallimenti per arrivare al successo”. Il problema da cui parte il lavoro è concreto: un errore nel sistema di espulsione aveva causato l’apertura anticipata del paracadute, compromettendo il volo. Da qui, la necessità di ripensare completamente il sistema di recovery, introducendo un’analisi dei cosiddetti ‘worst case scenarios’.
“Abbiamo considerato le condizioni peggiori possibili – ha spiegato Graziano – come correnti discensionali che possono raddoppiare la velocità di impatto del razzo”. La risposta è stata un sovradimensionamento ingegneristico del sistema. Accanto alla parte meccanica, il team ha lavorato anche sull’elettronica e sulla sicurezza. “Stiamo implementando un sistema totalmente ridondante – ha spiegato Alessandro Vortice – con computer di volo indipendenti per garantire il recupero anche in caso di guasti”.
L’approccio resta coerente con la visione generale del team, emersa anche nella fase iniziale dell’evento: “Noi siamo quelli che si sporcano le mani”, avevano detto dal palco, “ma serve un supporto da terra: le aziende”. Non solo finanziamenti, dunque, ma confronto su metodi e processi. Un passaggio significativo riguarda proprio il modo in cui viene ripensato il ruolo degli studenti: non più soggetti da ‘aiutare’, ma parte attiva di un ecosistema in cui università, ricerca e imprese collaborano.
In questo senso, l’esperienza degli UniNa Rockets rappresenta un esempio concreto di come l’università possa essere vissuta “a 360 gradi”: non solo lezioni ed esami, ma progettualità, lavoro di squadra e crescita personale, in un contesto già proiettato verso il mondo professionale.
La tavola rotonda
La giornata si è conclusa con una tavola rotonda che ha visto il coinvolgimento di rappresentanti del mondo industriale e istituzionale, tra cui Federica Tortora (specialista per l’innovazione di Intesa Sanpaolo), l’ing. Antonio de Lorenzo di RINA e l’ing. Antonio Concilio del Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (CIRA).
Dal confronto è emersa con forza la necessità di rafforzare il legame tra formazione universitaria e mondo del lavoro, in particolare in un settore complesso come quello aerospaziale. Come ha sottolineato Antonio Spagnuolo, intervenuto per il Distretto Aerospaziale della Campania (DAC), quello visto durante il pomeriggio è “un ecosistema estremamente dinamico”, in cui però emerge “un’esigenza fortissima di integrazione con il sistema” e di confronto continuo tra studenti e filiera industriale.
Tra i temi affrontati, quello delle startup e della space economy, con l’attenzione crescente verso progetti innovativi sviluppati già in ambito universitario. “Il mio ruolo è quello di valutare le tecnologie in ottica di finanziamento”, ha spiegato Federica Tortora, evidenziando come il passaggio da progetto accademico a startup sia già oggi un percorso concreto, supportato anche da iniziative dedicate al settore aerospaziale. Allo stesso tempo, è stato ribadito il valore dell’esperienza e della sperimentazione: l’errore, in questo contesto, diventa parte integrante del processo di apprendimento.
“L’unico modo per apprendere conoscenza è sperimentare ed accettare l’errore”, ha osservato Antonio de Lorenzo, sottolineando come proprio da questo approccio nasca la crescita tecnica e professionale dei team. Un altro elemento centrale è stato il tema del territorio. La Campania, grazie alla presenza di realtà come il CIRA, rappresenta un polo importante per il settore aerospaziale, capace di offrire opportunità anche a chi decide di restare. In questo senso, la collaborazione tra studenti, università e imprese locali diventa strategica per valorizzare competenze già presenti sul territorio.
A sintetizzare lo spirito dell’evento sono due parole chiave emerse più volte nel corso degli interventi: ecosistema ed esperienza. Più che un semplice momento di confronto, IRESS 2026 ha rappresentato un primo passo verso la costruzione di una rete stabile tra università, studenti e imprese. Un ecosistema in cui esperienze diverse, da Bologna a Milano, fino a Napoli, si incontrano e si contaminano, ma in cui gli UniNa Rockets dimostrano come anche alla Federico II sia possibile fare ricerca applicata e innovazione partendo dal basso.
Daniela Francesca De Luca
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Ateneapoli – n.8 – 2026 – Pagina 14








