Studenti di Biotecnologie mediche e di Architecture and Heritage a confronto grazie ad una iniziativa dei Coordinatori dei Corsi Gerolama Condorelli e Andrea Pane. “L’anello di congiunzione è stato il concetto di cura”

Dalle patologie del corpo umano alle patologie della città e del suo patrimonio architettonico. Procedendo per analogia e similitudini, lungo la scia di un chiaro sottinteso, cioè che il sapere è universalistico, le Magistrali di Biotecnologie mediche e Architecture and Heritage, su idea dei rispettivi Coordinatori, i professori Gerolama Condorelli e Andrea Pane, si sono incontrate il 20 aprile al Cestev per ridurre le distanze tra i propri mondi, alla ricerca di connessioni all’interno dello stesso Ateneo che superino la cieca ipersettorializzazione.

“L’idea – spiega proprio Condorelli – è nata sulla falsariga di ‘Alla corte di Federico’, eventi che anni fa riunivano ambiti diversi, utili ad aprire la mente. E anche in questo caso l’obiettivo è stato lo stesso: cercare di ampliare gli orizzonti degli studenti facendo conoscere loro i tanti mondi che la costituiscono”. Su biotecnologie e architettura in particolare, ha detto: “sembrano distanti, ma gli spunti sono tanti, come emerso durante l’appuntamento.

Ci sono applicazioni biotecnologiche nell’ambito dell’architettura ma, al di là dell’intercambiabilità, l’intenzione era ed è far conoscere ai nostri studenti l’approccio che i loro colleghi hanno nel proprio Corso. Noi abbiamo raccontato le nostre attività, dai laboratori ai vari tipi di approcci alla salute umana, ai modelli cellulari; loro hanno spiegato come approcciano il miglioramento di un edificio, come avviene lo studio storico dello stesso, la proposta di miglioramento di un quartiere e della sua abitabilità.

Sia noi che loro applichiamo dei modelli nei rispettivi studi”. Per la docente “gli studenti accrescono la propria personalità anche guardando fuori dal proprio settore”. Un’ulteriore chiave di lettura dell’evento è la forte componente internazionale: “la presenza di tanti studenti stranieri iscritti a entrambi i Corsi ha ulteriormente allargato lo spettro del confronto”. Dello stesso avviso il prof. Pane: “essere in un grande Ateneo come la Federico II è un’opportunità per arricchirsi, perciò la volontà è stata mostrare agli studenti di Architecture and Heritage quali analogie di metodo e di contesto generale possono esserci tra noi e un mondo apparentemente lontano come quello della ricerca scientifica avanzata in ambito biotecnologico”.

Sul campo di studio dei propri studenti, il docente ha detto: “studiano la città storica che, potremmo dire, ha delle patologie, proprio come accadere a un corpo umano. Noi studiamo i tessuti urbani, invece che quelli umani. L’approccio quindi potrebbe dirsi simile: i nostri studenti sono orientati verso il restauro architettonico e urbano, verso la riqualificazione di quel famoso tessuto. Mentre le differenze sono di scala: loro lavorano sulla microscala, noi sulla macroscala.

Ma così come loro, anche noi ci occupiamo di cellula”. L’augurio generale è che le analogie “possano far nascere nuove idee, sono sempre stato molto incuriosito dall’universalità del sapere e non ho mai pensato fosse un bene confinarci nei singoli settori”. L’incontro è “stato un’occasione di scambio e confronto con dei colleghi che lavorano in laboratorio, al contrario di chi, come i nostri studenti, ha il proprio campo di lavoro all’aperto ed è meno incline all’applicazione di tanti protocolli”.

Bioinformatica? “L’architettura invisibile della medicina”

I veri protagonisti sono stati proprio gli studenti di entrambi i Corsi, che sono stati chiamati a un confronto attivo tramite presentazioni. Il primo è Fabrizio Palumbo, iscritto di Biotecnologie (curriculum in inglese), che ha detto: “personalmente mi sono occupato di presentare la bioinformatica, una scienza che unisce computer science, statistica e biologia per analizzare dati e ottenere o validare nuove informazioni su una malattia”. Alla fine del suo discorso Fabrizio ha presentato un possibile collegamento tra i due mondi, proponendo “la bioinformatica come l’architettura invisibile della medicina”.

Un giudizio poi sulla peculiarità dell’incontro: “la Federico II e in particolare il Corso a cui sono iscritto offrono tante opportunità per confrontarsi con altre aree e campi di studio. Dei miei colleghi di Architettura ho apprezzato molto quello che hanno raccontato su Napoli e su come potrebbe cambiare negli anni sfruttando tanti luoghi e spazi pubblici dimenticati”. Maria Pia Albanese, collega di Fabrizio, ha aggiunto: “ho partecipato attivamente con altre due studentesse attraverso un power point utile a divulgare e spiegare in parole semplici il concetto di medicina di precisione: cos’è, a cosa serve e perché la ricerca ci insiste tanto. L’esperienza è stata molto piacevole, soprattutto perché spesso si dimentica quanto è grande il nostro Ateneo e quanto offre.

È stato un bell’exchange, come si dice in inglese. Abbiamo trovato delle similitudini tra la struttura di un tumore e quella architettonica di un palazzo. Addirittura un mio collega è riuscito a trovare un’applicazione del campo biotecnologico nella ristrutturazione tramite l’utilizzo di microrganismi”. Dei colleghi architetti ha detto: “mi ha sorpreso scoprire quanto il loro lavoro sia legato alla quotidianità: conservano ma al tempo stesso rendono fruibili alla cittadinanza strade, edifici”.

Alessia Paolini, di Architecture and Heritage, non ha nascosto il proprio scetticismo iniziale sull’incontro: “non pensavo ci fossero molte similitudini, lo ammetto, invece mi sono ricreduta. I colleghi di Biotecnologie sono stati bravissimi nelle presentazioni e l’evento si è rivelato davvero interessante, ci sono stati confronti e discussioni. Anche visitare il Cestev è stato bello, non lo avevo mai visto”. Alessia ha lavorato alla presentazione assieme alla collega di Corso Chiara Gilda Manzo.

Proprio quest’ultima ha spiegato: “nella presentazione siamo partite da cos’è la conservazione del patrimonio e qual è il metodo interdisciplinare che utilizziamo. Inoltre, per far capire meglio il tutto, abbiamo presentato un caso studio su Napoli est, particolarmente adatto a una situazione del genere. È una zona critica che tuttavia riserva grandi potenzialità e ci abbiamo lavorato tempo fa, in tanti, per mettere su una strategia di intervento utile a una riqualificazione”.

Quanto al tentativo di avvicinare i due mondi, ha detto: “abbiamo giocato molto sul discorso: così come loro con le ricerche possono ottenere risultati nella lotta al cancro, noi possiamo fare qualcosa di simile contro il degrado. L’anello di congiunzione è stato il concetto di cura. Ciò non toglie che alcune tecniche di restauro richiedano studi di Chimica veri e propri”.

L’ultima battuta è stata sulla natura dell’incontro: “avevo qualche dubbio prima di partecipare, ma ho toccato con mano tutta la dedizione e l’entusiasmo che mettono i colleghi in ciò che fanno. A tratti è sembrato quasi di essere in un altro Ateneo, ed è stato davvero bello. E aggiungo pure che l’incontro tra tanti studenti internazionali presenti da una parte e dall’altra ha aperto a possibili nuovi legami”.
Claudio Tranchino

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Ateneapoli – n.8 – 2026 – Pagina 28

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