Mummie: le diagnosi sui resti umani del passato utili a comprendere le patologie moderne

Mummie: le diagnosi sui resti umani del passato utili a comprendere le patologie moderne

Il campo di applicazione della Paleopatologia, branca dell’Anatomia Patologica

“Utilizziamo le stesse tecniche di cui ci avvaliamo sui viventi”, spiega il prof. Claudio Bellevicine tra i responsabili scientifici di un meeting che si terrà il 17 giugno

Il medico predispone la strumentazione per una TAC. Il suo ‘paziente’ è pronto. È un antico corpo mummificato che sta per essere esaminato, perché ha ancora tanti segreti da svelare, affinché con le preziose informazioni che rivela costituisca un ponte tra la medicina moderna e le malattie del passato. Questo è il campo di applicazione della Paleopatologia. Se ne parlerà il 17 giugno nel Complesso dei Santi Marcellino e Festo, in occasione dell’ottavo meeting del gruppo di studio italiano GIPaleo, dal titolo “Dall’antico all’NGS: paleopatologia e diagnostica molecolare si incontrano a Napoli”, organizzato dal Dipartimento di Sanità Pubblica.

La Paleopatologia è la branca della specializzazione medica in Anatomia Patologica che studia le patologie dell’antichità attraverso i resti umani antichi, sia scheletrici che mummificati. “Tradizionalmente, fino ad un ventennio fa, soprattutto per i resti mummificati, si adottava un approccio autoptico e un’osservazione macroscopica, cioè si apriva la mummia, rendendola poi di fatto non più fruibile. Oggi la disciplina ha fatto progressi e con la virtopsy, una crasi tra le parole virtuale e autopsia che infatti è resa possibile dalle tecnologie di scansione e imagin, gli studi vengono condotti senza ledere i reperti”, spiega il prof. Claudio Bellevicine, docente di Anatomia Patologica – si occupa nello specifico di Citopatologia – presso il Dipartimento di Sanità Pubblica, tra i responsabili scientifici del meeting.

Grazie alla diagnostica per immagini, una TAC ad esempio, la mummia viene ricostruita in 3D, il che consente di fotografarne lo stato di conservazione attuale, utile anche ai fini di eventuali futuri interventi di restauro”. Entriamo nel vivo della Paleopatologia, per capirne lo stato dell’arte. A tal proposito il prof. Bellevicine riferisce degli ultimi studi che ha condotto proprio qui a Napoli, insieme all’antropologo Mirko Traversari, nel gruppo italiano GIPaleo coordinato dal prof. Luca Ventura, “che hanno riguardato i resti di alcuni santi e beati del centro storico”.

Il caso della Beata Longo

Un caso interessante “è quello di Maria Longo, la fondatrice dell’Ospedale degli Incurabili recentemente beatificata, della quale il solo cranio scheletrizzato è conservato come reliquia nel monastero delle Trentatré. Alcune cronache ipotizzavano che la Beata Longo fosse morta di sifilide, contratta durante il suo lavoro nell’ospedale; ebbene le nostre analisi hanno dimostrato che invece non vi è alcun segno ascrivibile a questa malattia”. Prosegue: “Proprio al Policlinico di via Pansini abbiamo eseguito una TAC del cranio che ha permesso la ricostruzione tridimensionale della reliquia con le sue caratteristiche. Ne è emerso inoltre il buono stato nutrizionale, compatibile con la sua provenienza da una famiglia nobile, mentre dal punto di vista antropometrico risulta un po’ più giovane rispetto alla data del decesso riportata nelle cronache”.

Alcuni storici parlano anche di un presunto avvelenamento in gioventù ad opera di una serva e di una patologia remittente acuta cronica, probabilmente un’artrite reumatoide, “entrambi fatti non dimostrabili perché non sono pervenuti né tessuti molli, per un esame tossicologico, né le ossa degli arti”.
Altri studi hanno riguardato i resti ossei dei primi Teatini e il corpo del venerabile Giacomo Torno dell’Ordine dei Chierici Regolari Teatini, “la cui mummia naturale si è conservata in perfetto stato.
Le cronache riportano che fosse un tipo collerico, il termine medico dell’epoca con cui ci si riferiva ad accessi ipertensivi, rossore in volto e mal di testa frequenti, motivo per il quale indossava un cappello stretto che doveva limitare l’afflusso di sangue al cervello. In accordo con questi resoconti, le analisi hanno riscontrato i segni di un ictus e di una tipica lesione all’anello del sacro ascrivibile ad un’ulcera da decubito, compatibile con la condizione di allettamento dopo l’ictus che si pensa poi lo abbia portato alla morte”.

Lo studio in questione non è concluso e i dati sono ancora in fase di elaborazione. “Napoli e il Sud Italia, in particolare – precisa il docente – sono ricchi di questa tipologia di resti umani. La presenza radicata della chiesa e il particolare trattamento a cui venivano sottoposti i morti notabili o in odore di santità, rispetto ad altre culture, ha consentito maggiore preservazione di resti mummificati”.

Ma come si lavora su una mummia (o più in generale sui resti umani dell’antichità)? “Specifichiamo innanzitutto che il paleopatologo non è un archeologo e lavora in team con altri professionisti. In uno scavo su delle mummie interrate in una chiesa, ad esempio, arriva a valle dell’operazione per analizzare i resti fisici”. Per spiegarsi meglio, ripercorre le tappe del lavoro sul venerabile Giacomo Torno: “Dopo aver preso contatto con la comunità teatina e aver ricevuto il placet, abbiamo spostato la salma in un’altra area del santuario per la svestizione e una prima osservazione macroscopica del soggetto in modo identificarne alterazioni ad occhi nudo, dopodiché sono stati effettuati prelievi mirati su aree cutanee per valutare la presenza di patologie dermatologiche”.

Poi la traslazione al Policlinico “dove, insieme ai colleghi della Radiologia, abbiamo effettuato una TAC in modo da procedere alle valutazioni antropometriche, che hanno confermato età e sesso della mummia. È stato possibile anche studiarne lo stato interno grazie alla presenza di frammenti di organo disidratato. Utilizziamo praticamente le stesse tecniche di cui ci avvaliamo sui viventi, quindi tecniche moderne, finanche quelle di next generation sequencing per identificare le alterazioni del DNA antico”. Ricostruire le patologie del passato aiuta a comprendere le malattie moderne, “in termini di differenze e similitudini, oltre che a capire come vivevano i nostri antenati”.

Nel passato, “le malattie più comuni erano quelle infettive e legate alla malnutrizione, mentre è più difficile trovare soggetti affetti da tumori, sia perché meno frequenti, sia per una questione di conservazione dei tessuti molli”. E su quest’ultimo punto il docente si sofferma citando “un lavoro condotto su un ovaio di mummia del Centro Italia, un soggetto palesemente afflitto da una patologia ovarica, probabilmente un tumore, per cui l’estrazione e l’analisi di DNA hanno confermato la presenza di determinate alterazioni che predispongono allo sviluppo di tumori ovarici. È coerente con il quadro clinico della paziente. Questo è un tipico caso in cui si può osservare l’incontro tra due approcci alla Paleopatologia: uno maggiormente tradizionale, basato sull’osservazione macroscopica e microscopica, e l’altro che contempla le tecniche all’avanguardia”.

Le nuove frontiere: “Si va sempre più verso l’applicazione massiva della diagnostica molecolare, soprattutto in campo oncologico, proprio come avviene con i nostri pazienti abituali ogni giorno. Tutto il know how sviluppato, per dirne una, a livello di NGS e pannelli genici per le valutazioni genetiche, non più limitato solo ai pazienti viventi, permetterà nuove importanti scoperte”.
Carol Simeoli

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