Quando una lezione universitaria si trasforma in una piccola caccia al tesoro

Un viaggio tra letteratura, teatro e piccolo schermo. Al centro, un tema affascinante e ancora poco esplorato: l’adattamento televisivo dei classici. L’idea sottesa al corso di Studi culturali e Letterature comparate del prof. Francesco De Cristofaro (per gli studenti della Magistrale in Discipline della Musica e dello Spettacolo) è osservare come grandi opere della letteratura siano state trasformate dalla televisione italiana, soprattutto dalla Rai, e capire cosa accade quando un testo cambia pelle passando dalla pagina allo schermo.

Il percorso attraversa una dozzina di casi studio: dai Promessi Sposi nelle loro diverse riduzioni e parodie televisive fino a L’amica geniale, passando per Il giornalino di Gian Burrasca con Rita Pavone, Marcovaldo, le varie Madame Bovary e molti altri titoli che hanno segnato la memoria collettiva. “Volta per volta si tratta di prendere l’originale e vedere come sia stato trasformato: a volte semplicemente per motivi di spettacolarizzazione o per adeguarsi al nuovo medium, altre volte invece con una scommessa interpretativa molto forte”, spiega il docente.

Qui il corso smette di essere semplice analisi letteraria e diventa quasi un’indagine culturale. Per esempio, “nel Marcovaldo televisivo, rispetto alla leggerezza quasi fiabesca di Italo Calvino, emerge una lettura molto più sociale, quasi un trattato di sociologia; oppure ne ‘La giara’, episodio di Caos dei fratelli Taviani, una semplice suggestione del testo si trasforma in una vera danza di liberazione dal padrone, con un significato politico fortissimo”. Tra gli esempi più sorprendenti c’è anche Cuore, nella versione televisiva diretta da Luigi Comencini nel 1984 con Eduardo De Filippo. “Nel testo di Edmondo De Amicis il protagonista va a trovare il suo vecchio maestro.

Nella versione interpretata da Eduardo, invece, compare un lungo discorso sul carcere e sulla vita dei detenuti, che era una delle sue grandi ossessioni negli ultimi anni”. Una scelta completamente nuova, assente nell’opera originale, che trasforma la scena in una riflessione civile e politica potentissima: “C’è addirittura una frase in cui dice che il carcere non può mai migliorare nessuno. È una visione senza scampo, molto militante, che in De Amicis chiaramente non poteva esserci”. Per ricostruire questi passaggi, gli archivi diventano fondamentali. Gli studenti lavorano molto sul materiale del Radio Corriere TV, il giornale della televisione pubblica, consultando palinsesti, recensioni, interviste e persino pubblicità dell’epoca.

“È una miniera straordinaria – afferma De Cristofaro – non solo per i programmi, ma anche per il contesto culturale in cui venivano trasmessi”. Sfogliando il materiale dedicato al Pinocchio di Comencini del 1972, ad esempio, emerge un’Italia quasi irriconoscibile: “Erano tutte pubblicità italiane, c’era una sorta di autarchia economica impressionante”.

Anche la musica apre sentieri inattesi. Un esempio: nel Gulliver televisivo per ragazzi, le musiche furono affidate a Fabrizio De André. “Le scrisse in una settimana, in una specie di furia creativa. E alcune di quelle melodie poi diventeranno la base di suoi capolavori successivi”. Si tratta di “dettagli minuscoli e preziosi, quelle ‘chicche’ che trasformano una lezione universitaria in una piccola caccia al tesoro”.

Anche l’impostazione del corso riflette questa dimensione di scoperta condivisa. Le lezioni sono frontali, ma profondamente seminariali: si leggono i testi originali, si guardano scene selezionate – spesso disponibili su RaiPlay o su YouTube – e si discutono insieme documenti e materiali critici. “Condivido molto materiale, faccio notare alcune cose, ma poi man mano la dimensione diventa sempre più interattiva che frontale”.

Complice anche il numero ristretto degli iscritti: una dozzina appena, ma spesso studenti già adulti, attori, musicisti, professionisti dello spettacolo. “Sono persone molto mature, alcuni sono persino più grandi di me. A volte sanno cose che nemmeno io conosco”. Tra gli studenti figura anche il regista e musicista Paolo Coletta. Il rapporto, racconta De Cristofaro, è quasi alla pari: “Non devo mai ripetere le cose, capiscono subito e rilanciano. Si intuisce che sono appassionati”.

L’esame seguirà questa filosofia. Niente studio mnemonico: “Poiché si tratta di una Magistrale, per me la dimensione è quasi quella di un Master. Non devono studiare un manuale: vorrei che fosse soprattutto una possibilità di elaborazione critica su un tema affrontato insieme o su una ricerca personale sotto forma anche di paper”.

Insomma, non il modello consueto ma un piccolo laboratorio di ricerca condivisa, dove il dialogo diventa il vero motore dell’apprendimento e la distanza tra docente e studenti si assottiglia fino quasi a scomparire.

Un’esperienza particolare all’interno di un Dipartimento, tra i più grandi e popolati dell’Ateneo, abituato a numeri ben diversi. “Poche persone, ma molto coinvolte: è questo che fa la differenza”, sottolinea De Cristofaro. E, a volte, è proprio in queste realtà più piccole “che l’università riesce a mostrare il suo volto più autentico e prezioso”.
Giovanna Forino

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Ateneapoli – n.8 – 2026 – Pagina 22

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