Alla scoperta di Santa Maria Capua Vetere

Alla scoperta di Santa Maria Capua Vetere

Percorsi guidati nei territori che ospitano l’Università

Santa Maria Capua Vetere è una città che mette in dialogo le diverse epoche e dalle cui strade il passato si affaccia a salutare i visitatori. Un pot-pourri di storia, arte e cultura che si amalgamano sino ad assumere una struttura organica, non sempre ordinata, ma che si afferma quale entità austera e immortale. Osservare la sua storia da vicino, allungarsi fino a toccarla e trasmetterla alle nuove generazioni di sammaritani: è questa l’intenzione che ha mosso la Consulta della Pastorale Universitaria (referente Angelo Cirillo) che, insieme all’Università Vanvitelli, e in particolare ai Dipartimenti di Lettere e Beni culturali e di Giurisprudenza, ha promosso il percorso guidato “Santa Maria Capua Vetere, la città universitaria” dello scorso 24 marzo.

L’evento si colloca all’interno di un’iniziativa che vede la promozione di quattro percorsi guidati nei territori in cui si articola l’Ateneo Vanvitelli (il primo si è tenuto a dicembre presso il Dipartimento di Ingegneria di Aversa). Sono circa le 10.30 quando un gruppo di studenti di Lettere e di Giurisprudenza lascia l’aulario di via Perla, dove ha appena assistito all’introduzione del percorso guidato e ricevuto i saluti del Direttore di Dipartimento, Giulio Sodano. Alla loro testa ci sono i professori Giuseppe Pignatelli Spinazzola e Maria Gabriella Pezone, docenti di Storia dell’Architettura, che guideranno l’intero percorso. Una colonna di giovani e meno giovani (sono presenti anche docenti, cittadini e personale tecnico-amministrativo) lascia dunque l’edificio. Lungo il percorso si scherza sul fatto: sembra essere in gita “come alle superiori”. La prima tappa, diversa da quella indicata sull’itinerario ufficiale, è presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie, edificio in stile neoromanico che poggia su fondamenta preesistenti, in particolare sull’area della basilica costantiniana dei Santi Apostoli, di cui oggi sopravvive solo una cappella dedicata a Santa Maria delle Grazie, la cui abside presenta affreschi trecenteschi.

Si tratta di un sito molto importante anche dal punto di vista storico: fu infatti cattedrale in epoca longobarda, “quando vi fu la scissione tra la vecchia Capua e la nuova Capua, con la presenza di due vescovi e due cattedrali”, come spiega la prof.ssa Pezone. L’edificio originale fu costruito col reimpiego di materiali della città antica, di epoca romana. Oggi la chiesa è avvolta nella quiete, col suo cortile che affaccia su via Convento delle Grazie. La seconda tappa, presso il carcere borbonico, è un salto nel tempo fino al decennio francese, avviato nel 1799 con la proclamazione della Repubblica Partenopea. Elevata prima a capitale di Terra di Lavoro nel 1806 (onore poi trasferito su Capua), Santa Maria Capua Vetere fu designata nel 1808 come sede dell’amministrazione della legge, con l’istituzione dei tribunali e del penitenziario. Quest’ultimo fu ricavato dall’abbattimento, da parte francese, delle rimanenze del seicentesco convento dei Minimi, il quale a sua volta poggiava sulle fondamenta di un criptoportico romano. I lavori di costruzione del carcere borbonico furono avviati nel 1816, ma a causa della corruzione ci vollero oltre venticinque anni per vedere l’opera terminata – spiega Pezone – Mentre a Santa Maria i lavori procedevano a rilento, ad Avellino era già stata ultimata la costruzione di un carcere sul modello del panopticon, cioè una struttura di celle che affacciavano su un pilone centrale, permettendo ai sorveglianti una visuale a 360 gradi. Ultimato, il carcere di Santa Maria era obsoleto, ma non venne meno la sua utilità”. Infatti il carcere è stato attivo fino agli anni Novanta del Novecento. Consegnato all’Ateneo nel 1999 e successivamente abbandonato, oggi l’ex carcere versa in uno stato di degrado, con grande disappunto del prof. Pignatelli: “Come vedete, la conservazione del bene culturale è imprescindibilmente legata alla sua funzionalità. Se non può essere usato, si pensa bene di abbandonarlo”. Poi un salto in via Roberto d’Angiò dove, in stato di totale abbandono, riposa l’imponente palazzo (ormai senza tetto e deturpato da sinistre impalcature) nelle cui sale fu siglata la resa dei borbonici alla presenza di Garibaldi, dopo gli esiti disastrosi della Battaglia del Volturno. “Ma perché non viene restaurato?”, chiede una voce dal folto del gruppo. “Guardatevi intorno, cosa vedete?”, sollecita Pignatelli. “Palazzi nuovi, condomini, edifici di cemento che svettano”. “Esatto – risponde il docente – Se questo palazzo storico viene giù, ci costruiscono un bel condominio e l’economia gira”. La tappa seguente, sulla stessa via, sono le strutture del Museo Archeologico dell’Antica Capua, che poggiano su antiche costruzioni romane (come quasi tutto il circondario).

Oggetto dell’attenzione è la Torre di Sant’Erasmo, edificio oggi diroccato che fu ricavato da una torre di epoca normanna, e che fu il luogo di nascita del futuro re di Napoli, Roberto d’Angiò. “La circostanza che il futuro monarca nacque qui è la dimostrazione che questo luogo rappresentava un importante crocevia – dice Pignatelli – Inoltre molte delle scritture angioine che ci sono pervenute sono state redatte in questo posto”. Successivamente il gruppo si è spostato su Corso Giuseppe Garibaldi, sede dell’omonimo teatro e del Palazzo della Pretura, strutture che si collocano nel contesto dell’ammodernamento cittadino a seguito delle vicende unitarie. Il Palazzo della Pretura fu anche Casa del Fascio in epoca littoriale e, più recentemente, comando della Polizia Municipale. Procedendo sulla stessa via il gruppo è poi arrivato presso la basilica di Santa Maria Maggiore, prestigioso edificio che narra una storia plurimillenaria. Il primo nucleo fu edificato nel 432 da San Simmaco (oggi patrono della città) e dedicato alla Madonna. “A fine Seicento la zona fu interessata da gravi terremoti, motivo per cui la basilica fu oggetto di importanti interventi di consolidamento e ristrutturazione. La pianta originaria, tuttavia, venne lasciata intatta”, spiega Pezone. Oggi nella basilica convivono armoniosamente numerosi stili e, dalla navata centrale, si possono ammirare le meravigliose cappelle adornate con marmi, stucchi ed elementi architettonici di tutte le epoche. Il viaggio si è concluso a Palazzo Melzi, sede del Dipartimento di Giurisprudenza, con i saluti del Direttore Raffaele Picaro: “Spero che abbiate apprezzato questa iniziativa, con la quale abbiamo voluto darvi un assaggio delle bellezze e delle particolarità che convivono sul nostro territorio”. Palazzo Melzi fu edificato tra il 1630 e il 1636 su volere dell’allora arcivescovo di Capua e nunzio apostolico a Vienna, il cardinale milanese Camillo Melzi, perché divenisse la mensa della curia arcivescovile. Le poche fonti disponibili indicano il sito anche come residenza fortificata: “in effetti sappiamo che il Palazzo era residenza estiva dei vescovi – sostiene Pignatelli – Poiché a Capua, data la presenza del fiume Volturno, si rischiava di contrarre la malaria, i vescovi preferivano spostarsi nella residenza sammaritana”. Importanti opere di abbellimento furono apportate dal nipote di Camillo, l’arcivescovo Giovanni Antonio Melzi, tra il 1661 e il 1687. “Alla morte di quest’ultimo la struttura perse l’uso di residenza estiva”, aggiunge il docente. A partire dal 1808, Palazzo Melzi divenne tribunale civile e penale, gli spazi furono modificati per la nuova destinazione d’uso. Fu attivo come tribunale fino alla fine degli anni Ottanta.

Nicola Di Nardo

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