Non un semplice incontro accademico, ma un vero e proprio cantiere aperto sul futuro delle professioni umanistiche: il convegno tenutosi il 19 e 20 ottobre, presso il Dipartimento di Lettere e Beni Culturali, dal titolo ‘Intelligenza artificiale e saperi umanistici: sfide formative e nuove professionalità’. Aperta dai saluti istituzionali del Direttore Giulio Sodano, l’iniziativa ha offerto una riflessione su come le nuove tecnologie stiano rimodellando la ricerca, la didattica, le istituzioni culturali e il mercato del lavoro.
È stata la prof.ssa Nadia Barrella, delegata al Job Placement di Ateneo a tracciare le linee guida dell’evento: “comprendere come sta cambiando il lavoro, ma nello stesso tempo custodire e rinnovare il valore formativo dei saperi umanistici. Volevamo capire il modo in cui l’intelligenza artificiale sta modificando il nostro mondo e soprattutto quali sono le responsabilità rispetto a questi cambiamenti affidati alle università. Non si tratta di trasformare gli umanisti in informatici, ma di metterli sempre più in condizioni di dialogare con chi progetta tecnologia, partecipare alle decisioni e valutare ciò che un sistema può garantire”.
La prima sessione, presieduta dal prof. Claudio Buongiovanni, ha affrontato i nodi teorici ed etici della transizione digitale. Ad aprire le relazioni è stato il prof. Fabio Ciotti (Università di Roma Tor Vergata), che ha analizzato l’impatto dell’IA generativa negli studi umanistici e sollecitato uno sguardo ottimista e cooperativo: “Queste macchine aiutano noi nella digitalizzazione, generano ipotesi e validano risultati. Ma anche noi possiamo dare molto all’IA. Dobbiamo lavorare sull’idea di intelligenza congiunta”. Successivamente, il prof. Gianluca Giannini (Federico II) ha spostato la riflessione sul piano filosofico e pedagogico con un intervento dedicato alla formazione universitaria fra conoscenze e competenze, ponendo una domanda centrale: “Cosa accade alla formazione quando una parte crescente delle operazioni che abbiamo tradizionalmente associato all’apprendimento umano può essere accelerata o elaborata da sistemi artificiali?”.
L’eticista dell’IA
L’indagine sulla metodologia della ricerca storica è stata poi approfondita dal prof. Roberto Balzani (Università di Bologna). Ha illustrato la sfida di confrontarsi con una memoria dei dati fluida, orizzontale e sincronica rispetto alle fonti tradizionali organizzate gerarchicamente, presentando l’esperimento condotto in collaborazione con il CINECA sul supercalcolatore Leonardo, che analizza l’agglutinazione semantica di lemmi e mostra come l’uso delle macchine consenta di studiare la circolazione relazionale dei significati e la nascita dei miti di massa senza ricorrere unicamente all’approccio logico-deduttivo tradizionale. Il quadro etico è stato delineato dal prof. Roberto Redaelli (Università di Milano).
Redaelli ha commentato la recente norma europea che definisce e istituzionalizza la figura dell’eticista dell’IA, evidenziando il carattere multidisciplinare richiesto a questa nuova professionalità e introducendo il concetto di IA come “consulente morale” che guida le decisioni non solo personali, ma anche di ricerca. Il prof. Andrea Balbo (Università di Torino) ha applicato l’AI all’antichistica mostrando l’impiego degli algoritmi per la critica testuale, l’analisi stilistica, l’identificazione toponomastica e la traduzione latina, tracciando un parallelo suggestivo tra le tecniche di prompting e i canoni della retorica classica (inventio, dispositio, elocutio).
A concludere gli interventi della prima giornata è stata Isabella Ducros (esperta di alfabetizzazione, etica e applicazione dell’AI per il patrimonio culturale e la ricerca umanistica), che ha richiamato l’attenzione contro i rischi di overreliance (fiducia cieca) e underreliance (sfiducia pregiudiziale), proponendo un percorso di approccio basato su tre pilastri: l’immaginazione per prefigurare scenari innovativi, l’osservazione strategica del proprio lavoro da vicino e da lontano e la sperimentazione scientifica accompagnata da un’educazione emotiva al fallimento. La prima sessione si è poi conclusa con una discussione guidata da Michele Silani, che ha visto gli interventi di Gianluca Bove, Carla Caputo, Oscar Morales Barato e Nadiaclara Trigari.
La seconda sessione, svoltasi la mattina del 20 ottobre e presieduta dal prof. Ciro Perna, è stata interamente dedicata a mostrare come l’integrazione tra IA e saperi umanistici sia già una realtà in diversi progetti avanzati. Cristiano De Vita (archeologo e project manager presso Visivalab) ha illustrato lo sviluppo di piattaforme digitali per la gestione del territorio archeologico e museale. Tra le esperienze condotte spicca l’applicazione di algoritmi per il monitoraggio e l’identificazione delle tipologie di degrado su referenti topografici nel Parco Archeologico di Pompei.
Marzia D’Angelo (ricercatrice alla Federico II e principal Investigator del progetto FIS ‘Lacuna’) ha presentato il progetto dedicato al recupero dei testi papiracei frammentari della Biblioteca dei Papiri di Ercolano (con focus sui Libri sugli Dei di Filodemo). Attraverso l’uso degli LLM (Large Language Model) e dello strumento Theion, il team interdisciplinare integra la papirologia tradizionale con la potenza di calcolo computazionale, mantenendo il filologo al centro del processo di validazione e guida dell’algoritmo.
Alessandro Ciasullo (ricercatore alla Federico II) ha esposto il progetto U-MiND (University Modular Instructional Design), per l’innovazione della didattica universitaria. Il sistema mette a disposizione dei docenti un tutor AI operativamente integrato nei Learning Management System, concependo il docente non come un mero esecutore ma come un “soggetto epistemico” che co-progetta i percorsi di apprendimento. Francesco Cozzolino (ricercatore presso il Centro ICT per i Beni Culturali) ha presentato una metodologia HITL (Human-in-the-Loop) applicata alla ricostruzione virtuale e alla ricomposizione della frammentaria documentazione riguardante Porta Medina a Napoli.
Mara Portoghese (redattrice presso la Fondazione Memofonte di Firenze) ha introdotto PolymnIA, un chatbot multifunzionale ideato per espandere le capacità di ricerca semantica all’interno degli archivi di testi storico-artistici trascritti dalla fondazione, offrendo al contempo un’assistenza orientativa agli utenti della piattaforma. Sabato Danzilli (ricercatore alla Vanvitelli) ha proposto una riflessione teorica sull’ermeneutica e l’IA, definendo l’interrogazione dei modelli di AI come una vera e propria relazione dialogica reciproca tra l’utente e la macchina.
La gestione dell’IT richiede “pratiche filologiche”
Presieduta da Gianluca Del Mastro, la terza sessione ha dato voce al mondo aziendale e dimostrato l’inaspettata centralità e competitività dei profili umanistici nel settore delle nuove tecnologie. Marco Cappellini (ArtCentrica Asteriae) ha illustrato la creazione di storie multimediali interattive applicate all’arte, evidenziando come la valorizzazione delle soft skills rappresenti l’elemento discriminante tra l’uomo e la macchina.
Vincenzo Masucci (Expert.ai) ha parlato dello sviluppo della tecnologia Cogito, spiegando l’integrazione strategica tra l’approccio simbolico (comprensione semantica del linguaggio) e subsimbolico (vettorizzazione e machine learning). Gaetano Capasso (CEO di Italrobot), ha mostrato l’impiego di un robot quadrupede progettato per l’esplorazione autonoma di aree archeologiche impervie o inaccessibili. Ribadendo come la presenza dell’umanista sia indispensabile prima (per definire i requisiti dell’esplorazione) durante e dopo l’intervento tecnico (per tradurre gli output rilevati e trasformarli in conoscenze storico-culturali).
A sintetizzare il valore degli umanisti nel settore aziendale è stato Dario Auriemma (Manager di Innovaway S.p.a.), che assume umanisti perché la gestione dell’IT richiede “pratiche filologiche”: interpretare testi, comprendere problemi, porre domande ed evidenziare i limiti stessi dell’IA. A tirare le fila delle due giornate è stata la tavola rotonda conclusiva presieduta dal prof. Giovanni Morrone. Il messaggio corale emerso dal convegno è chiaro: nell’era dell’intelligenza artificiale generativa, i saperi umanistici non sono destinati a una posizione difensiva né a un’omologazione tecnica. Al contrario, l’umanista del futuro si configura come la figura guida capace di governare la complessità, dialogare con gli sviluppatori di tecnologia, verificare la qualità dei dati e porre le domande giuste.
Angelica Cioffo
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Ateneapoli – n.18 – 2026 – Pagina 26-27







