Un viaggio dietro le quinte della serie Rai ‘Le Libere Donne’ con la costumista Eva Coen. Incontro al Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale

Tra le mura del Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale venerdì 24 aprile la professione del costumista è stata spogliata dai cliché del glamour per essere riconsegnata alla sua natura più autentica: quella di uno strumento non solo tecnico, ma soprattutto artistico e sociologico.

Ospite della prof.ssa Ornella Cirillo, cattedra di Storia e patrimoni contemporanei nel fashion design del Corso di Laurea in Design per l’Innovazione, la costumista Eva Coen ha guidato gli studenti in un viaggio denso e appassionato dietro le quinte della serie Rai ‘Le Libere Donne’: una serie ambientata negli anni ’40 che narra la storia di Mario Tobino, poeta e medico che, sfidando i metodi repressivi, cerca di restituire dignità e umanità alle pazienti internate nel manicomio di Maggiano.

Lavorare su una biografia non è un esercizio di fantasia: significa mappare la realtà, consultare le fonti, rispettare gli eredi e la verità storica. “Le date sono fondamentali per capire il contesto”, spiega la Coen.

Dietro le quinte del lavoro

“Facciamo un abito che traghetta l’attore e lo trasforma in personaggio”, esordisce Coen. Per ogni camice di Tobino o per le vesti delle pazienti, devono essere prodotte dieci copie identiche, pronte a subire l’invecchiamento precoce del set, tra fango, acqua e strappi scenici. Un progetto costumi, spiega la costumista, richiede sempre tre protagonisti: primo fra tutti, il regista.

“I camici degli anni Quaranta erano rigidi; per un regista action come Soavi abbiamo dovuto renderli fluidi, capaci di volare nello spazio della ripresa”. A seguire, il rispetto della verità storica, scavando nelle cartelle cliniche dove le donne venivano definite “mala carne” solo perché non aderenti ai canoni dell’epoca, e il pubblico: “Il pubblico generalista non reggerebbe la verità totale; il nostro compito è rendere credibile l’incredibile, mantenendo un’armonia visiva anche nel racconto del dolore”.

L’alchimia dei costumi e della scena

Il vero gioco risiede nell’incontro tra narrazione storica e l’identità dei personaggi con l’introduzione di piccoli elementi stilistici in grado di rafforzare il potere evocativo di quest’ultimi: il foulard indossato dalla ‘Principessa’ o le aggiunte di tessuto al camice di Morena utili per evidenziare il gigantismo, o i pantaloni – un indumento semplice, ma forte se contestualizzato – indossati da Paola Levi Olivetti, la partigiana amata da Tobino.

Coen spiega, inoltre, come intervenire sul bianco, affinché questo non ‘spari’ in camera appiattendo i volumi; nel grigiore del manicomio, poi, il colore si fa identità: nuance di blu e grigi per le vesti delle pazienti, mentre toni più accesi segnano i momenti di vitalità. Il costume sconfina, infine, anche nella “chirurgia fisionomica” attraverso l’utilizzo di protesi e cambi di look radicali. “Anche un dettaglio invisibile, come una giacca strutturata celata sotto un camice”, un omaggio di Coen a Piero Tosi, “diventa uno strumento tecnico per scolpire l’autorevolezza e la postura dei medici”.

Inaspettati i riferimenti contemporanei: frammenti di collezione di Prada o suggestioni di Dries Van Noten vengono inseriti e modificati da Coen nel guardaroba d’epoca, dimostrando come il costume sia “un archivio senza cronologia” capace di attingere ovunque per servire la narrazione.
Eva Coen, in chiusura, ha voluto mostrare il lato meno magico e più faticoso del suo lavoro, fatto di ricerca, mesi di preparazione e una flessibilità estrema dinanzi ai cambi di cast e alle richieste registiche.

Dopo aver ringraziato gli studenti, lascia un messaggio potente sulla natura del processo creativo: “Non smettete mai di essere curiosi. I percorsi creativi non sono mai lineari: l’idea più bella può nascere dalla moda, ma portarti alla musica. E dalla musica alla storia dell’arte”. E l’invito: “Mollate i cellulari e andate a guardare le cose dal vivo, a spendere tempo per vedere, farsi influenzare e incuriosire”.
Rocco Capasso

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Ateneapoli – n.8 – 2026 – Pagina 34

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