Negli ultimi dieci anni, l’ecosistema dell’innovazione in Campania ha vissuto una trasformazione radicale, evolvendo in un hub tecnologico di respiro internazionale. A confermare questo primato sono i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy e di InfoCamere: la Campania è oggi la seconda regione in Italia per numero di startup innovative.
Un salto di qualità testimoniato, tra l’altro, dall’espansione della rete di supporto, passata in un decennio da uno a ben undici incubatori certificati, capaci di trasformare i risultati della ricerca accademica in asset industriali competitivi, nonché dalla capacità di attrazione nel tempo di grandi player internazionali e nazionali del calibro di Apple, Cisco, Deloitte e Leonardo. Per le nuove generazioni di studenti e ricercatori, questo scenario apre frontiere occupazionali inedite: non solo si registra una forte richiesta di brillanti talenti STEM, ma emerge il bisogno di nuove figure manageriali dotate di una solida cultura finanziaria, capaci di dialogare con i capitali di rischio per guidare la scalabilità delle imprese.
Ne parliamo con Massimo Varrone, economista con oltre 25 anni di esperienza nelle tematiche di creazione e accelerazione d’impresa, una delle figure più autorevoli di raccordo tra il mondo della ricerca e quello delle imprese ad alta intensità di conoscenza, Direttore di Campania NewSteel, l’incubatore di Fondazione Idis-Città della Scienza e dell’Università Federico II.
Alla luce della sua esperienza, può illustrarci come si è evoluto in questi ultimi 10 anni l’ecosistema dell’innovazione in Campania e qual è il ruolo ricoperto da Campania New Steel?
“Siamo in presenza di un ecosistema drasticamente trasformato negli ultimi 10 anni e ancora in corso di trasformazione, basti pensare che Campania NewSteel è stato il primo incubatore certificato del Centro Sud e adesso ce ne sono 11 soltanto in Campania. I numeri parlano chiaro, anche in termini di startup innovative che premiano sia la Regione che la città di Napoli, ma il fenomeno va oltre le numeriche e tratteggia un contesto cresciuto sotto il profilo culturale, capace di presidiare con soluzioni estremamente competitive gran parte dei tasselli necessari a identificare un sistema evoluto. La scommessa adesso è consolidare e alimentare la capacità attrattiva verso talenti e risorse al pari degli hub più qualificati, le cosiddette Alpha cities”.
All’interno dell’ecosistema dell’innovazione si sente parlare sempre più spesso di ‘spinoff della ricerca’ e di ‘startup deep tech’. Qual è il valore aggiunto di un’impresa che nasce da un laboratorio universitario rispetto ad una startup ‘nativa digitale’ più tradizionale? In che modo il consolidamento di spinoff e startup tecnologiche può cambiare il volto economico di un territorio come la Campania?
“Il tema centrale è quello della competitività, possibilmente attraverso le regole di ingaggio che sono riconosciute in ambito internazionale, magari ritarandole in funzione delle peculiarità di sistema. In questo contesto la presenza accademica è massiccia e fortemente qualitativa. Il vero dato nuovo è rappresentato dalla volontà sempre più frequente di portare in un intervallo di tempo contenuto i findings della ricerca in ambito aziendale, attraverso spin off competitivi.
Ma il processo non termina qui, è sempre più viva la consapevolezza che l’innovazione alimentata negli spin off poi possa essere trapiantata in contesti industriali consolidati che hanno la necessità di sostenere la propria competitività. In Campania c’è sia la capacità di produrre innovazione in laboratorio che la competenza per innervare prima spin off e poi PMI di questa conoscenza evoluta”.
Guardando alle diverse realtà incubate in questi anni, quali sono i principali trend tecnologici che si stanno affermando? Può citarci alcuni casi di successo nati o cresciuti in Campania New Steel?
“Mi piace citare immediatamente il modello Megaride, spin off coevo di Campania NewSteel, che, partendo da una scintilla imprenditoriale, ha saputo creare una vera e propria holding del trasferimento tecnologico grazie a un processo di articolazione ‘a grappolo’ che adesso conta ben quattro realtà distinte in grado anche di attrarre capitali di rischio di terzi, con operazioni di corporate venture capital, il tutto in un settore affamato di innovazione come l’automotive.
Da segnalare anche la splendida Logogramma, capace di essere citata nella pubblicazione prodotta dalla Fondazione Leonardo come realtà di punta sul tema dell’intelligenza artificiale. Abbiamo raccolto anche risultati entusiasmanti in operazioni legate alla robotica nella logistica sanitaria e registriamo progettualità dirompenti nel campo dell’energia e dei combustibili”.
Per ogni nuova impresa che nasce, soprattutto quando di matrice scientifica, si aprono nuovi interessanti scenari occupazionali per i talenti del territorio. Quali sono i ruoli emergenti che state intercettando nelle vostre realtà di punta e in che modo queste figure stanno ridefinendo la domanda di lavoro in Campania?
“È un tema delicatissimo dove anche le rilevazioni statistiche spesso danno risultanze divergenti.
È chiaro che in incubatore al momento vi è una vera e propria incetta di laureati brillanti in materie STEM, ma cominciano ad essere ricercati con energia anche profili manageriali in grado di declinare le capacità decisionali con una cultura finanziaria evoluta, che consenta di perseguire anche strategie di crescita esogena basata sull’ingresso di capitali di terzi, ambito in cui spesso i founders non amano spingersi, precludendosi di fatto opzioni sostanziali di scalabilità. Capitale umano in grado di imporre in azienda modelli di managerialità professionalizzata e che non abbia reticenze a dialogare con i capitali di rischio rappresentano oggi un valore aggiunto assoluto”.
Spesso la ‘paura di fallire’ rischia di bloccare sul nascere il successo di percorsi brillanti che meriterebbero di approdare sul mercato. Qual è il salto mentale necessario che le nuove generazioni di studenti e ricercatori devono compiere per comprendere che la ricerca può (e deve) farsi impresa proprio qui in Campania?
“Il rapporto con il fallimento deve, a mio avviso, essere improntato all’equilibrio, senza demonizzarlo ma al contempo senza banalizzarlo per non dare vita a mostri a cui magari dopo anni si dedicano le serie TV. Va anche detto che l’evoluzione culturale ha sotto questo profilo già fatto passi da gigante, vuoi sotto l’effetto dei primi esempi virtuosi, vuoi per l’affermarsi di un modello di vita meno ancorato ad impieghi privi di profili di rischio ma magari poco sfidanti. Oggi si anela la sfida molto più che la stabilità.
Un piccolo contributo credo lo abbiano dato anche le tante organizzazioni intermedie che hanno promosso con enfasi gli esempi virtuosi che il territorio gradualmente è stato in grado di produrre, a loro volta in grado di sospingere modelli di vita decisamente apprezzabili capaci di contemperare con equilibrio nella work life balance tanto l’ambizione che un pizzico di sano epicureismo”.
Luca Genovese
Scarica gratis il nuovo numero di Ateneapoli
Ateneapoli – n.8 – 2026 – Pagina 13








