“Usatemi la cortesia di non nominare nemmeno la mandragora!”

Sul caso degli spinaci ‘all’erba delle streghe’ interviene il
prof. Riccardo Motti, docente ad Agraria

Qualche settimana fa – lo si ricorderà – una decina di persone sono state ricoverate in ospedale a Pozzuoli con sintomi, secondo i medici i quali li hanno soccorsi, riconducibili all’intossicazione provocata dall’ingestione di una pianta con sostanze psicotrope. In particolare: pupille dilatate, secchezza delle fauci, stato di confusione mentale, vomito continuo. Sono poi stati dimessi tutti. Alcuni dopo poche ore, uno dopo alcuni giorni trascorsi in terapia intensiva perché il vomito aveva ostruito le vie aeree ed era stato necessario intubarlo. I medici del reparto di Emergenza, a ridosso dei ricoveri e nelle ore immediatamente successive all’arrivo dei pazienti in pronto soccorso, hanno tirato in ballo la mandragora. Una pianta con illustri precedenti letterari – Machiavelli la prese a prestito per il titolo di una sua commedia (La Mandragola) – e più recentemente resa famosa dal romanzo di Harry Potter. Su quotidiani e tv ha tenuto banco per giorni il caso degli ‘spinaci’ all’erba delle streghe. I pazienti, infatti, avevano tutti ingerito spinaci nelle ore precedenti al ricovero. Si è detto che lungo le tappe della filiera produttiva che aveva portato quegli spinaci – coltivati in Abruzzo – al centro agroalimentare di Napoli (Caan), ubicato a Volla, e da lì sulla tavola dei consumatori poteva essere stata fatta confusione tra quegli ortaggi e la pianta velenosa. In realtà, si è appurato poi, la mandragora non è stata rinvenuta in nessuno dei campioni analizzati al Caan. Non è stato trovato neppure lo stramonio, un’altra pianta con effetti psicotropi. Sono stati individuati – secondo le notizie trapelate dagli inquirenti che si sono occupati della vicenda – alcaloidi, le sostanze contenute sia nella mandragora sia nello stramonio, nei residui alimentari di alcuni dei ricoverati a Pozzuoli. In attesa che il caso sia risolto ed il mistero svelato, Ateneapoli ha chiesto delucidazioni in merito alle caratteristiche delle piante velenose ed alle modalità per evitare di incappare nei loro effetti al prof. Riccardo Motti, che al Dipartimento di  Agraria della Federico II insegna Botanica Sistematica. Il suo esordio è spiazzante: Usatemi la cortesia di non nominare nemmeno la mandragora.

“Ho esaminato700 tonnellate di spinaci”

Perché? “Allo stato attuale non si sa da quale pianta sia stata generata l’intossicazione. Parlo per esperienza diretta, perché mi sono occupato della verifica su centinaia di tonnellate di spinaci della partita prodotta in Abruzzo e smistata poi dal Caan. Per la precisione ho esaminato 700 tonnellate. Lì la mandragora non ci stava. La mia relazione, poi, è stata confermata dalle analisi effettuate su campioni da un laboratorio italiano specializzato, del quale ora non ricordo il nome. Aggiungo che la mandragora in Abruzzo non è segnalata da molti anni ed è una pianta che per le sue caratteristiche non resisterebbe in un coltivo arato. Sarebbe eliminata con le operazioni colturali che si compiono e per giunta nella coltivazione degli spinaci si utilizzano diserbanti”.

I medici dell’ospedale di Pozzuoli, però, hanno rilevato sintomi chiari di intossicazione. Come si spiega? “Non è solo la mandragora che contiene alcaloidi come l’atropina e la scolamina. Li ha pure lo stramonio, che peraltro neanche è stato rinvenuto negli spinaci analizzati, e li hanno altre piante. Per esempio l’Atropa Belladonna, quella dalla quale si ricava anche l’atropina che utilizzano gli oculisti. Se lei mangia una bacca di Atropa Belladonna non è che poi stia molto bene. Tornando al caso di Pozzuoli, non so dare una risposta alla faccenda. Escluderei a buon titolo la mandragora però”.

È molto diffusa in Campania la mandragora? “No, non ci sono segnalazioni recenti. Ne abbiamo per altre regioni, per esempio la Calabria e la Sicilia”.

Lo stramonio è altrettanto raro?No, è piuttosto comune. Se oggi scende in una qualunque radura disadorna di Napoli è pieno di datura stramonium, che infesta anche gli orti familiari, quelli un po’ incolti. Peraltro lo stramonio, specie in questo periodo, ha caratteristiche che lo rendono piuttosto particolare, non è facile che lo si confonda con uno spinacio. Ha un fiore bianco molto bello, lungo cinque centimetri e con la forma a campanella”.

Attenzione al colchico, simile allo zafferano

Quali precauzioni suggerisce per evitare di confondere piante commestibili con piante velenose? “Partiamo dal presupposto che le probabilità che si verifichino mescolanze per i prodotti orticoli che seguono una filiera industrialesono veramente molto basse. Il problema può porsi per chi spontaneamente in un campo incolto raccoglie verdure e non ha esperienza alcuna. In questi casi il suggerimento è banale. Evitare. Un po’ come per i funghi, se non si posseggono le conoscenze indispensabili a capire quali siano quelli commestibili e quali siano quelli velenosi. Ci sono stati casi drammatici legati alla raccolta spontanea di erbe e piante”.

Per esempio? “Le cronache degli ultimi anni riportano vari episodi di intossicazione, alcuni con esiti letali, a causa del colchico, un fiore che cresce in montagna e che è simile allo zafferano. È accaduto che alcune persone lo abbiano confuso appunto per zafferano e lo abbiano utilizzato, per esempio, per il risotto. Il fiore è velenosissimo, bisogna prestare grandissima attenzione”.

Esistono usi terapeutici dei principi attivi delle piante velenose? “Come ricordavo prima, l’atropina è utilizzata dagli oculisti, in dosi e modalità appropriate e ben collaudate, per ottenere quando necessario la dilatazione della pupilla. Quanto allo stramonio, nella cultura popolare di un tempo lo si fumava contro l’asma. Oggi, purtroppo, non sono rarissimi gli episodi di ragazzi che lo impiegano come sostanza allucinogena. È un azzardo, perché i suoi alcaloidi possono creare drammatici e letali problemi al livello cardiaco e respiratorio”.

Torniamo alla vicenda degli spinaci alla (presunta) mandragora. Cosa l’ha colpita maggiormente di ciò che è accaduto? “Da botanico che si è analizzato 700 quintali di spinaci senza trovare traccia alcuna della mandragora, mi ha stupito che sia partita una campagna mediatica la quale dava per accertato e per sicuro ciò che non lo era affatto. Non ho capito da dove sia venuta fuori questa storia della mandragora, però so con certezza che ha rischiato di mettere in ginocchio tanti produttori campani di spinaci, di scarole, di bietole. Purtroppo la vicenda della Terra dei Fuochi, sotto questo profilo, ci ha insegnato ben poco. Sinceramente questo mi provoca rabbia”.

Fabrizio Geremicca

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