Chi è e cosa fa il manager dello sviluppo locale

Operatore allo sviluppo locale, ovvero consulente delle imprese per favorire l’innovazione e la crescita, ovvero consulente delle agenzie per promuovere progetti, ovvero operatore negli enti locali per lo sviluppo del territorio, ovvero…Ma cos’è realmente l’operatore allo sviluppo? Come definire questa figura professionale? Hanno provato a dare una risposta a questa domanda alcuni ex allievi del Master in Local Development (MLD) durante l’incontro che si è tenuto a Palazzo Giusso martedì 12 aprile. Nell’ambito dei seminari di orientamento in uscita, rivolti ai neolaureati e ai laureandi dell’Ateneo, ha trovato infatti posto la presentazione dell’MLD organizzato dallo Stoà, di Ercolano in collaborazione con la Facoltà di Scienze Politiche de L’Orientale.
Brevi il saluto del prof. Amedeo Di Maio, Preside di Scienze Politiche, e l’introduzione del prof. Paolo Frascani, Direttore del Master, entrambi attenti a sottolineare l’importanza del quadro internazionale in cui la dimensione dello sviluppo locale si inserisce. Frascani ha ricordato che l’MLD ha alle spalle una storia lunga dodici anni, iniziata con la trasformazione del MID (Master in International Development) e con la creazione di un nuovo percorso formativo post laurea su iniziativa della prof. Rita Di Leo, docente di Sistemi Politici Comparati. “Negli anni la struttura del master ha avuto cambiamenti per quanto riguarda i contenuti -ha precisato il professore- questo è avvenuto perché abbiamo l’esigenza di recepire la trasformazione dei saperi. Se la cultura del master non si adegua costantemente alle geografie territoriali, non si riesce a fornire gli strumenti per l’innesto delle competenze dei nostri diplomati in un tessuto produttivo”. L’MLD, la cui dodicesima edizione si chiuderà nel mese di luglio, è un percorso formativo unico nel Mezzogiorno. Rivolto ai laureati in qualsiasi disciplina, consente anche a chi proviene da una formazione universitaria prettamente socio-umanistica di sviluppare competenze che consentono un soddisfacente ingresso nel modo del lavoro. Ne sanno qualcosa i diplomati che hanno portato la loro testimonianza all’incontro, laureati tutti in Scienze Politiche ma con indirizzi diversi: internazionale, antropologico, storico-politico. Alcuni di loro sognavano la carriera diplomatica e si sono imbattuti nel Master un po’ per caso, altri cercavano proprio il modo per dare applicazione pratica alle conoscenze acquisite durante gli anni di università. Gianluca Serra, laureato nel 2003 in Scienze Internazionali e Diplomatiche, era orientato verso ben altri scenari formativi. Ha raccontato: “inizialmente questo Master poteva sembrare una frattura con il mio percorso, invece, col senno di poi, posso dire che è stato un grande arricchimento. La laurea internazionalistica mi ha fornito una visione globale del territorio, il master mi ha invece fornito una visione dal basso. Due visioni complementari e sinergiche, che interagendo forniscono una lente interpretativa a più elevata risoluzione sul mondo”. Serra lavora attualmente all’IPI, Istituto di Promozione Industriale, per il quale si occupa di innovazione industriale nell’area mercati esteri. “Opero nell’area mercati esteri, dunque alla fine ho ritrovato una continuità logica e sentimentale con il mio originario itinerario – ha detto- Il valore aggiunto del Master è consistito nell’innesto degli strumenti tecnici, apparentemente aridi, su una materia viva come quella culturale e storica”. Un’ottima spiegazione di quella che è la relazione esistente tra la formazione di base umanistica e il programma disegnato per i futuri operatori allo sviluppo locale, sulla quale peraltro i neolaureati e i laureandi presenti in aula si sono interrogati e hanno interrogato i diplomati dello Stoà. Altra nota sulla quale ci si è soffermati a lungo è quella dell’identificazione del ruolo svolto dall’operatore allo sviluppo. Torniamo alla domanda iniziale: chi è l’operatore allo sviluppo? Come va definita l’attività che svolge? “Si tratta di una figura professionale che può sembrare vuota, eterea – ha detto Marco Matarrese, ex allievo che oggi lavora per Tecnopark Napoli- dal momento che opera in un settore immateriale come quello dei servizi. Noi gestiamo informazioni, aiutiamo gli enti locali, le agenzie e le imprese a redigere progetti, ad accedere ai finanziamenti comunitari, a crescere, a svilupparsi”. Ilaria Sorrentino, coordinatrice del Master per Stoà, diplomata della terza edizione, ha aggiunto: “la definizione più appropriata di ciò che facciamo potrebbe essere ‘gestione della complessità’. Però non è possibile fornire una definizione ufficiale, i tentativi di codificazione non danno molti risultati. Di certo oggi c’è maggiore consapevolezza dell’importanza del ruolo dell’agente di sviluppo rispetto al passato, com’è provato dal fatto che in uno degli ultimi concorsi banditi dalla Regione Campania era indicato il profilo di ‘manager dello sviluppo locale’. Ma se l’operatore allo sviluppo gestisce complessità, reti, informazioni, aiuta a redigere progetti, a trovare finanziamenti, a leggere i bandi della Comunità Europea, non sarà che la sua posizione risulti alla fin fine legata a finanziamenti comunitari? E se i finanziamenti finiscono? E se il flusso di informazioni su cui lavorare diminuisce? Insomma, l’attività dell’agente di sviluppo non è legata a fattori un po’ troppo estemporanei? Lo ha chiesto senza alcun imbarazzo uno dei ragazzi che hanno seguito l’incontro: “i vostri rapporti di lavoro sono stabili o legati ai bandi? Se è così, non siete in preda all’incertezza?”. Si scopre che praticamente tutti lavorano con contratti a progetto, anche se questa situazione non sembra preoccupare più di tanto e non viene fatta dipendere tanto dalle caratteristiche del lavoro svolto quanto dalle recenti normative in materia. Alessandro Ronga, che lavora in Confindustria dal 2001, ha un contratto a progetto rinnovato di anno in anno, ma ha precisato: “lavoro in un settore che è sulla cresta dell’onda e che dovrebbe continuare ad evolvere, quello dell’innovazione”. Francesco Gombia, consulente per l’agenzia Città del Fare, ha sottolineato: “è giusto porsi il problema della continuità degli interventi a fronte del contributo esterno, ma se la progettualità funziona si trovano anche nuove fonti di finanziamento. Siamo consulenti con contratti a progetto, però in questo modo ci si può giostrare tra più committenti e ottenere risultati molto gratificanti in termini economici”. L’ultima parola a Ilaria Sorrentino, che ha concluso: “il lato positivo sta nel fatto che ci si abitua a passare con facilità da un luogo di lavoro a un altro e che come consulenti si ha sempre la possibilità di fare cose nuove, di cimentarsi in imprese diverse”. 
Sara Pepe
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