Giapponese III, l’incubo di una studentessa

Nella vita di uno studente universitario, anche del più motivato, possono presentarsi degli intoppi che a volte finiscono per risolversi, altre volte possono determinare l’interruzione della carriera universitaria. 
Il caso di una ragazza che chiameremo Stefania, studentessa di Giapponese presso il Corso di Laurea di Lingue e Culture Comparate, è un esempio limite, ma non il solo, di studenti che per un esame non riescono a laurearsi. Bloccata da due anni e mezzo sullo scritto di Giapponese III, Stefania dice di averle provate tutte per superare questo ultimo esame che la separa dalla tesi. “Ho la media del 27 e non ho avuto prima difficoltà con altri insegnamenti. In questi due anni ho provato diverse strade per superare questa prova: lezioni private con un madrelingua per migliorare la mia preparazione; dopo ogni esame, sono sempre andata a visionare il compito dal docente, ovvero dalla lettrice che prepara le prove scritte, la dott.ssa Aiashi, e ho ricevuto sempre risposte scoraggianti. Ho anche segnalato alla Preside ed al Rettore questa situazione di disagio che non appartiene solo a me, ma non ho ricevuto risposte”.
Adesso Stefania lavora a Roma, presso i ceck-in aeroportuali, ma continua a tentare l’esame: “l’ultima volta, a giugno, ho raggiunto il risultato di 16/30. Come me ci sono altri ragazzi che cercano di superare questa prova da anni. Io, oramai, affronto l’esame con una grande rassegnazione: amavo questa lingua, ma sono arrivata quasi ad odiarla, io che amo tutte le lingue e ci lavoro ogni giorno! Quando mi è capitata questa occasione di impiego non me la sono sentita di rifiutare, ma sto facendo sacrifici enormi per continuare a studiare e lavorare. Ormai i miei piani di studio sono cambiati: mi ero iscritta a L’Orientale pensando di procedere, poi, con la Specialistica; volevo insegnare italiano all’estero ma, dopo essere stata bloccata per quasi tre anni, tutto questo è diventato irrealizzabile e, alla fine, ho ripiegato su sogni più realizzabili! Adesso il mio unico obiettivo è superare quest’esame anche con 18, prendere il titolo triennale e non tornare più a L’Orientale”.
Il prof. Calvetti:
“al terzo anno
c’è un momento
di difficoltà”
Ma cosa risponde a questa giovane studentessa, il prof. Paolo Calvetti, titolare della cattedra di Giapponese? “Al terzo anno c’è una percentuale piuttosto alta di studenti che si sottopongono all’esame e non lo superano. – ammette Calvetti – Questo desta sicuramente molta preoccupazione perché il nostro scopo, come docenti, è quello di fornire un servizio di buon insegnamento con buoni risultati. Abbiamo preso coscienza del problema e stiamo cercando di risolverlo”. 
La prova del 15 giugno, la stessa che ha sostenuto Stefania, è stata superata da 10 persone su 20, tra cui spiccano anche un 28 e un 26, mentre nella stessa sessione estiva dell’anno accademico 2006/07 hanno superato l’esame 25 persone su 73. “Le sessioni estive – sottolinea il docente – sono quelle dove si presentano i ragazzi che hanno seguito il corso e, quindi, sono più preparati”.
La questione delle bocciature al terzo anno sembra essere di più vasto respiro. “C’è un problema di tipo didattico generale per quanto riguarda il passaggio, nello studio della lingua, tra un livello elementare-medio e un livello medio-alto. Al terzo anno – spiega il prof. Calvetti – c’è un momento di difficoltà: si passa dalla grammatica di base a quella avanzata, quindi si richiedono non più ragionamenti meccanici ma collegati alla sintassi dell’uso o alle espressioni idiomatiche. Questo passaggio di livello crea delle difficoltà ed è un problema diffuso: ad esempio, il Proficiency test di Giapponese, che si svolge nella prima settimana di dicembre in tutto il mondo, era inizialmente sviluppato su quattro livelli con difficoltà crescente dal IV al I. Si era, però, riscontrata una difficoltà diffusa nel passaggio tra il III e il II, quindi dal livello medio a quello medio-alto, così i giapponesi hanno introdotto un livello intermedio. Per un test è facile trovare una soluzione del genere, perché non ci sono corsi universitari alle spalle. Per noi è più complicato anche se tutti i nostri esami sono pensati in base al livello di insegnamento fornito durante il corso”.
Il consiglio del prof. Calvetti ai suoi studenti è quello di seguire sempre i corsi perché, per un adulto, apprendere una lingua è come dedicarsi ad un’attività sportiva, “è necessario avere un approccio teorico ma anche pratico”. Un esempio: “leggere un manuale di tennis non consente di giocare senza neanche essere mai sceso sul campo e aver preso una racchetta in mano”. 
“La sensazione che ho, invece, è che molti studenti pensano che i corsi siano inutili – ribadisce il professore – mentre la frequenza è fondamentale, soprattutto quando si parla di lingue così diverse dalla nostra come il giapponese. E’ importante anche visionare i compiti quando non si è superata la prova, perché comprendere quali sono gli errori commessi aiuta a non ripeterli e ad indirizzare i propri studi (da sottolineare che per la correzione dei compiti vengono usati criteri matematici non suscettibili di interpretazioni da parte del docente)”.
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