L’inglese “per aggiungere pepe alla storia”

Gianluca Scerra, Francesca Vitulli, Antonella Sarnataro, Elisabetta Coppola, Francesca Alfano sono appena usciti dall’aula. La lezione di Bioetica è finita. Sembrano pochi, eppure all’appello della giornata manca solo una collega. Sono loro i laureandi di Biotecnologie Mediche che, conclusa la Triennale, hanno scelto di proseguire il cammino universitario optando per il canale in lingua inglese. Lo hanno scelto perché la lingua di Shakespeare è anche “la lingua della scienza”. Lo hanno scelto “per aggiungere un po’ di pepe alla storia. Dopo tre anni di esami, affrontare altri due anni di esami rischiava di essere poco stimolante. Con qualche modifica si poteva rendere la situazione un po’ più divertente”. Per tutti loro l’ultimo semestre si avvia ai titoli di coda. A conti fatti, valeva la pena per un biennio sentir parlare ed essere valutati solo in inglese per portare a casa un titolo ufficialmente non diverso da quello dei colleghi del canale in italiano? Sì! La risposta da parte di tutto il gruppetto è netta. “È fondamentale conoscere la lingua dal punto di vista lavorativo. Sarebbe impossibile per noi non leggere articoli in inglese”. Una seconda lingua che diventa stabilmente la prima non solo a lezione, ma anche in occasione di seminari ed elaborazione di presentazioni. Un esercizio che a Gianluca, unico rappresentante del sesso forte del gruppo, si è rivelato prezioso qualche mese fa: “alla fine dell’anno scorso era disponibile una borsa di studio per un’esperienza presso un laboratorio di ricerca a San Diego, in California. Per accedervi era necessario elaborare una piccola presentazione Power point su degli argomenti scientifici e sul proprio background. Il mio elaborato mi ha permesso di partire e stare lì per cinque mesi. È stato fantastico”. Pressoché identica tra i due canali è l’organizzazione didattica: “l’aspetto più vantaggioso è che siamo gruppi poco numerosi. Nel nostro anno siamo in 6, questo offre molte più possibilità di confrontarci tra noi e con i professori”. Esperimento giunto in via De Amicis da pochi anni, sul cammino per anglofoni si può ancora lavorare. Innanzitutto per la parte pratica: “servirebbero più laboratori associati alla didattica, questo è uno degli aspetti che si può migliorare”. In secondo luogo, per il materiale di studio, al momento causa principale di contaminazione: “in molti casi avvertiamo la necessità di integrare i libri di studio con appunti e altre fonti. Poiché la maggioranza dei colleghi studia in italiano, dobbiamo utilizzare anche fonti non in inglese”. Alle porte l’ultima sessione d’esami. Dopo cinque anni il nemico ha cambiato volto. Non è più un voto sul libretto. A spaventare veramente è “la scelta del nostro futuro. Se non mi ritrovo nei panni di ricercatore, cosa posso fare? Da questo punto di vista, durante il biennio servirebbe una presentazione maggiore delle prospettive professionali".
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