Orrori e macerie:un documentario per dar voce alle sofferenze del popolo siriano

Una testimonianza esclusiva sui tragici episodi che continuano a devastare il più importante centro della Siria settentrionale con la proiezione del film documentario “Young Syrian Lenses. Media Attivisti ad Aleppo” in presenza del regista Ruben Lagattolla e del fotoreporter Enea Discepoli. L’evento si è tenuto il 25 novembre presso l’aula 1.1 di Palazzo del Mediterraneo, gremita di studenti di Arabo. I due autori marchigiani hanno documentato sul campo gli orrori e le macerie di Aleppo, sotto l’assedio del regime di Bashar al-Assad dopo quattro anni dall’inizio della guerra civile. “Molti di voi non sanno quello che sta accadendo in Siria da quasi cinque anni. Quando l’ondata della Primavera araba è arrivata in questo paese nel marzo 2011, per otto mesi la gente ha manifestato per chiedere libertà. Si ribellavano non perché erano votati al martirio, bensì perché governati da cinquant’anni da un regime mafioso, criminale e oppressivo. Hanno festeggiato per le strade con canti e balli di gioia, ma la risposta è stata il massacro. Da quando è scoppiata la Rivoluzione Siriana, abbiamo assistito a uno scempio completo, a crimini inenarrabili, a una repressione inaudita nei confronti del popolo siriano sotto l’occhio di tutto il mondo che continua a tacere”, commenta con intensa partecipazione emotiva il prof. Sami Haddad, docente siriano di Lingua Araba. Oggi Aleppo è uno scenario bellico di distruzione nel mirino dei mitra dei cecchini e degli elicotteri dell’esercito siriano che sganciano barili esplosivi senza nessun obiettivo preciso. “I famigerati ‘barili-bomba’, i barili al fosforo bianco, le armi chimiche uccidono migliaia di persone, ma la laconicità delle notizie a riguardo dimostra la complicità di affiliazione organica con la dittatura. Ormai si parla solo di lotta al terrorismo, ignorando che il più terrorista di tutti è proprio il governo siriano. Di recente, la Lega dei Diritti Umani in Siria ha dichiarato che il 96% delle uccisioni sono avvenute per mano del regime, laddove solo il 4% è stato perpetrato da altri gruppi armati estremisti. E anche noi ne vediamo gli effetti: i migranti, o meglio i rifugiati, e gli atti terroristici”, prosegue il prof. Haddad. Gli attentati a Parigi dello scorso 13 novembre sono avvenuti in concomitanza con “una riunione a Vienna che aveva l’obiettivo di decidere le sorti del Presidente siriano. È naturale, dunque, chiedersi: l’Isis lavora con o contro il regime? È un interrogativo irrisolto, anche se l’Isis è certamente effetto della politica di ingiustizia, oppressione e tracotanza in Siria”, osserva il prof. Haddad. In questo contesto, tuttavia, “sono emerse tante personalità della società civile, intellettuali e scrittori che hanno firmato diversi manifesti contro il regime e altri, rifugiati all’estero, che continuano questa battaglia dall’Europa in un conflitto che ha ormai assunto una dimensione internazionale”, interviene la prof.ssa Monica Ruocco, docente di Letteratura Araba, prima di cedere la parola agli autori. 
Le riprese del documentario, filmate nel maggio 2014, seguono da vicino l’attività indipendente dei reporter locali del network televisivo Halab News (http://halabne ws.com). Sono giovani ribelli che rischiano ogni giorno la vita per raccontare attraverso una fitta rete di controinformazione sul web le atrocità della guerra e la resistenza ad oltranza della popolazione civile, costretta a pagare l’amaro prezzo degli scontri tra le parti belligeranti sotto la quotidiana minaccia dei bombardamenti. “Io avevo già lavorato come documentarista per tre anni a contatto con i rifugiati dall’Iraq, in particolare dal Kurdistan iracheno, e mi è capitato di ascoltare centinaia di storie di gente che lasciava la propria casa. Mi chiedevo come fosse realmente la Siria, dato che nei canali ufficiali non se ne parlava quasi per niente. Arrivati ad Aleppo dopo aver attraversato per 75 chilometri il confine con la Turchia, ci siamo resi conto che bombardamenti indiscriminati si ripetevano a intervalli di dieci minuti sui quartieri civili. La maggior parte dei media-attivisti che si vedono nel film sono scappati attualmente in Turchia e in Europa”, racconta il film-maker Ruben Lagattolla. “Come i documenti video, anche la fotografia ha la missione sociale di spiegare la realtà – riprende il collega e fotografo Enea Discepoli – spesso, al di là dei compiti estetici o formali, con l’obiettivo di smuovere le coscienze e influenzare l’opinione pubblica. Trovarsi di fronte a certe scene raccapriccianti è talmente insopportabile che, a volte, l’obiettivo della telecamera o della macchina fotografica funziona da filtro per spostare le proprie barriere psicologiche, altrimenti si rischia di impazzire”. L’intento del lungometraggio – prodotto e realizzato in collaborazione con la regia del videomaker e giornalista Filippo Biagianti – è quello di “sensibilizzare sul dramma vissuto da un popolo, che dal basso ha scatenato la Rivoluzione esasperando la richiesta di pane e libertà in un clima di paura dove anche la pace sottende uno stato di terrore latente, l’infanzia è negata ai bambini e la morte è diventata una cosa normale”, continua il fotoreporter Discepoli. 
Nel corso del dibattito alcuni studenti chiedono: cosa possiamo davvero fare? “Uscire dall’isolamento, fare informazione, incontrare dei rifugiati, organizzare dibattiti e incontri oppure contribuire a diffondere documentari come questo sono modi per partecipare attivamente e dare una voce alle sofferenze del popolo siriano, le cui stragi di innocenti sono completamente trascurate dalle autorità”, risponde Johannes Waardenburg, membro del gruppo ‘Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana’, nato nel marzo 2012. “Sottolineo l’importanza del passaparola soprattutto in un’Università come questa, in cui c’è la possibilità di studiare quello che avviene per poi divulgarlo in maniera corretta. Il problema più grave è la disinformazione: bisogna sapere e porsi delle domande senza aggrapparsi immediatamente a dei temi ideologici o religiosi, senza la necessità impellente di avere un’opinione subito. D’altro canto, la vicenda si sta svolgendo nel Mar Mediterraneo e abbiamo il dovere di conoscerla per la vicinanza e il coinvolgimento del nostro Paese come Italia e come Europa”, conclude Lagattolla. 
Sabrina Sabatino
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