Riforma: “gli studenti sono stati più intelligenti del legislatore, nessuno si è fermato al titolo triennale”

“Non abbiamo buone basi di Scienza delle Costruzioni perché la riforma ha imposto la riduzione dei programmi”. Gli studenti dei Corsi di Laurea in Ingegneria Meccanica lanciano l’allarme, condiviso da docenti di altre materie, costretti a registrare le lacune dei ragazzi in sede d’esame. È davvero così? A rispondere all’interrogativo, il prof. Luciano Nunziante, titolare della cattedra di Scienza delle Costruzioni alla Facoltà di Ingegneria, da sempre disciplina ostica per gli studenti dei corsi di laurea di Civile, Edile, Meccanica, Aeronautica, Navale e Territorio. Insegnamento che ha nella Scuola di Ingegneria di Napoli il suo centro di eccellenza, con “circa un terzo di docenti italiani di Scienza delle Costruzioni di estrazione ‘napoletana’”. 
Un’intervista dalle risposte schiette e decise, con domande che hanno toccato temi diversi, concentrandosi sulla Scienza delle costruzioni nel dopo riforma. Una difesa accorata della materia, oggetto di un’operazione di “manutenzione culturale” ben lontana dal “corso in confezione spray” in cui alcuni colleghi volevano trasformarla. Per approdare ad una più generale considerazione sulla riforma universitaria, “un esperimento fallito, dal momento che nessuno dei laureati si è fermato al titolo triennale ed ha proseguito con la Specialistica”. Un biennio di specializzazione ancora in fieri, “poiché è la corsa alle poltrone accademiche ciò che sembra affascinare molti docenti, distraendoli da un reale interesse per le questioni della formazione”.  Infine, un appello, il solito: “riportare la ricerca di base e di sviluppo, e quindi l’alta formazione, nell’Università”.
Un esame ostico
Da sempre Scienza delle Costruzioni è considerato uno tra gli esami più difficili ed impegnativi della Facoltà di Ingegneria. Cosa si può consigliare agli studenti per facilitare lo studio della materia e, quindi, il superamento dell’esame ?
“Il corso di Scienza delle Costruzioni costituisce la spina dorsale del futuro tecnico per Architettura e per diversi CdL di Ingegneria, quali Civile, Edile, Meccanica, Aeronautica, Navale e Territorio. Il corso introduce strumenti e concetti nuovi  e con questi costruisce le regole metodologiche per la risoluzione dei più svariati problemi della meccanica delle costruzioni reali, come travi, ponti, dighe, strade, alberi di trasmissione, ali di aereo, scafi di navi, sia nel disegno delle nuove costruzioni che nella verifica e restauro di quelle esistenti”. Il contatto con i docenti, l’uso del calcolatore e la consultazione di un buon testo: i consigli del docente. E poi una regola, quasi di vita, non arrendersi alle difficoltà che “sono parte fisiologica del percorso di conoscenza: solo superandole si cresce e si diventa buoni ingegneri”. Cosa approfondire del programma? “Senza trascurare quella più applicativa e numerica, ritengo preminente la parte metodologica connessa con i concetti e metodi generali di soluzione: i lavori virtuali, l’energia potenziale totale, il metodo degli spostamenti, gli elementi finiti”. 
Un suggerimento per gli studenti del vecchio ordinamento che non hanno ancora sostenuto l’esame né hanno seguito il corso in passato: “propongo di frequentare le lezioni della triennale. Inoltre, se la Facoltà li vorrà organizzare, sono del tutto disponibile a tenere corsi di recupero, eventualmente anche in giorni o orari particolari comodi per gli studenti”.
“Corsi in 
confezione spray”
Gli studenti del nuovo ordinamento lamentano di non avere buone basi di Scienza delle Costruzioni perché, in conformità ai dettami della riforma universitaria, sono stati ridotti i programmi. Il professore chiarisce: “abbiamo realizzato un’opera di “manutenzione culturale” per il corso di Scienza, vale a dire lo abbiamo sfrondato da diversi argomenti trattati un tempo, svecchiando e puntando alle conoscenze più essenziali e moderne. Anche dal punto di vista applicativo, non proponiamo più esercizi di inutile farraginosità né metodi grafici complessi, bensì schemi strutturali rispondenti alle vere applicazioni professionali. Gli attuali studenti di Ingegneria Civile imparano molto meglio che in passato i metodi delle forze e degli spostamenti e hanno anche una conoscenza, sia pur iniziale, degli elementi finiti. Tramite due prove in classe personalizzate, ciascuno studente può mettere il cappello su una buona parte del programma, riducendo in caso positivo l’esame finale a un colloquio di verifica. Le mie statistiche dicono che circa il 70% degli allievi, alla fine del corso, supera l’esame con successo”. 
Ma il professore ritiene che non sia andata così per tutti i Corsi di Laurea. “Con l’introduzione della riforma, alcuni colleghi di Ingegneria Meccanica pretendevano di trasformare il corso di Scienza annuale in un corsetto di pochi crediti (tre), da me definito un corso in confezione spray. La polemica è andata avanti per un po’, fino a quando sono intervenuti gli studenti che sono riusciti ad imporre un minimo di sei crediti, peraltro non sufficienti a garantire una formazione decente ai Meccanici. Questo è il motivo per cui ho smesso di insegnare ai Meccanici e sono passato ai Civili. A distanza di tempo i fatti mi hanno dato ragione: l’esperimento è fallito e credo che si debba riaprire in Facoltà una discussione sull’argomento più seria di quella che non si riuscì a fare allora”.
Esiste, tuttavia, una modalità di riduzione degli argomenti di studio che non penalizzi i nuovi iscritti? “Certamente, ma richiede in Facoltà un’analisi seria e priva di equivoci sull’esperimento di riforma attuata, con scelte successive e coraggiose. Ad esempio, non è possibile, così come invece si è fatto sino ad oggi, che i vecchi trenta esami diventino, per magia, trenta mezzi esami. Spetta a noi docenti sforzarci per definire le principali figure tecnico-professionali necessarie adesso in Europa, sagomarne i profili culturali e quindi le esigenze formative”. 
La riforma, un
esperimento fallito
La riforma universitaria. Il primo ciclo triennale va completandosi. Quale e quanta preparazione si è riusciti a dare agli studenti? Sono formati a sufficienza per entrare nel mondo del lavoro? Le risposte del professore non lasciano dubbi. “La preparazione complessiva del laureato triennale non è certo confrontabile con quella del laureato quinquennale. Ancora una volta, comunque, gli studenti sono stati più intelligenti del legislatore e dei docenti: nessuno si è fermato al titolo triennale, che da questo punto di vista dobbiamo dichiarare un esperimento fallito. In particolare, dobbiamo ammettere che la necessità d’inserire nel mercato del lavoro una figura di tecnico con formazione a tre anni era ed è del tutto inesistente e falsa, contrariamente a quanto dichiarato per anni da tanti Soloni sia ministeriali che docenti. L’unico effetto positivo della riforma è stato quello di comprimere i tempi della formazione, limitando l’eccessiva dilatazione dei tempi di laurea di una volta. Peccato, però, che l’abbia realizzato attraverso un percorso che talvolta somiglia a una corsa ad ostacoli”. 
Come si sta attrezzando la Facoltà di Ingegneria per evitare che le Lauree Specialistiche diventino una fotocopia di quelle triennali? “In Facoltà e nell’Ateneo non si sta lavorando molto su questo argomento. Di questi tempi solo la corsa alle poltrone accademiche sembra affascinare molti docenti, senza un reale interesse per le questioni della formazione. La Laurea Specialistica dovrebbe segnare un punto di qualità superiore rispetto a quella triennale, e dovrebbe essere disegnata con grande appeal rispetto alle tante tematiche innovative che oggi emergono. Credo che molto si possa e si debba fare, partendo dalla ricerca e dall’innovazione, ma in modo un po’ più creativo, senza appiattirci sempre sulla sola attività professionale ordinaria e tradizionale”. Un esempio: “il Corso di Laurea in Ingegneria Civile per lo sviluppo sostenibile – che raccoglie solo pochissimi allievi – è da considerarsi fallito, poiché noi docenti non siamo stati in grado di disegnarlo in modo credibile. Ho inoltre proposto di discutere sulla formazione di un nuovo Corso di Laurea in Ingegneria per la Sicurezza del Territorio, che mi sembra possa godere di grande successo se si pensa al rischio da colate, frane, cavità sotterranee, sismi, alluvioni e al rischio vulcanico di cui soffre gran parte del nostro territorio”. 
Una bocciatura senza appello della riforma: “sono stato sin dall’inizio un acerrimo oppositore della riforma, del cui disegno sono responsabili i legislatori sia di sinistra che di destra. Per me è un fallimento, soprattutto perché si basa sul tragico presupposto che nell’Università italiana non si deve fare né ricerca di base né di sviluppo. La riforma si fonda sull’idea che l’Università debba servire solo a una mediocre didattica; la fuga dei nostri migliori giovani ricercatori all’estero, perché frustrati e sottoutilizzati, è una triste realtà destinata a segnare per molto tempo le sorti del nostro paese. L’unica cosa seria da fare sarebbe riportare l’intera ricerca, quindi l’alta formazione, nell’Università, con finanziamenti adeguati, uomini e strutture che non possono rispondere solo a criteri di budget e di costi-benefici nel breve termine. I cervelli, la scienza e la cultura sono le uniche vere grandi risorse del nostro paese”.
Paola Mantovano
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