Laureata alla Federico II in Scienze Naturali, oggi è ricercatrice nell’Istituto di ricerca marina del Paese scandinavo. Gayantonia Franzè, ecologa del plancton in Norvegia

Durante gli incontri di orientamento e di accoglienza alle matricole di Scienze Naturali non è infrequente che i docenti si soffermino sull’attitudine dei naturalisti a viaggiare e a spostarsi laddove ci siano esigenze e opportunità di lavoro e di ricerca. Laureati con la valigia sempre pronta, in sostanza. Gayantonia Franzè esemplifica con il suo percorso di vita questo concetto. “Ho 45 anni, mi sono laureata nel 2004 in Scienze Naturali alla Federico II. Adesso sono ricercatrice nell’Istituto di ricerca marina della Norvegia. Lavoro qui da sette anni e sono ecologa del plancton – racconta – Ho svolto una tesi sperimentale sul plancton con la prof.ssa Olga Mangoni, che adesso è la Coordinatrice del Corso di Laurea. È stato un passaggio cruciale, perché mi sono appassionata all’argomento, che prima di allora non avevo considerato.

Grazie alla tesi ho avuto l’opportunità di partecipare alle prime campagne oceanografiche. Nel golfo di Napoli, in Sicilia, a Cipro. Esperienze bellissime”. Prosegue: “Ho poi seguito un dottorato di ricerca a Napoli presso la Stazione zoologica Anton Dohrn, organizzato in collaborazione con l’Ateneo. Alla fine del dottorato sono stata per una decina di anni negli Stati Uniti. Prima presso l’Università di Akton, nello stato dell’Ohio, poi alla Graduate School of Oceanography, a Rhode Island. Mentre ero lì sono stata selezionata per una posizione a tempo indeterminato presso l’Istituto di ricerca marina in Norvegia.

Ed eccomi qui. Ho raggiunto il cosiddetto posto fisso nel 2019, quindici anni dopo il conseguimento della laurea, ma non rimpiango nulla e rifarei tutto”. Franzè ama profondamente il suo lavoro e l’oggetto della sua ricerca. “Il plancton – spiega – mi affascina per diversi aspetti. Studio organismi unicellulari, che però hanno tantissime funzioni: producono ossigeno, inglobano l’anidride carbonica, sono cibo per la base della catena alimentare. Direttamente o indirettamente tutti gli organismi marini dipendono dal plancton. Anche diversi uccelli e ce ne sono perfino alcuni che si nutrono di una unica specie di zooplancton.

Dipendiamo dal plancton anche noi esseri umani sia perché senza di esso non ci sarebbero i pesci che peschiamo e dei quali ci nutriamo, sia perché dobbiamo ad esso un respiro su due. Il plancton, infatti, produce circa la metà dell’ossigeno della Terra. Monitorarlo è essenziale per comprendere dove sta andando il Pianeta”. C’è poi un aspetto per così dire estetico che appassiona la naturalista: “Non li si vede ad occhio nudo, ma gli organismi del plancton hanno forme bellissime. Strutture pazzesche per creature unicellulari”.

“Sono state in campagna oceanografica con me due studentesse di Napoli”

Alla luce della sua esperienza internazionale, Franzè è in condizione di paragonare il sistema della formazione universitaria italiana con quello di altri paesi. “All’estero – dice – gli studenti svolgono più esperienze sul campo, rispetto ai nostri, sin dagli anni dell’università. In Italia, però, si cura molto di più la preparazione teorica di base. È quella che poi aiuta ad affrontare sfide differenti in ambiti diversi”. Sotto questo profilo Scienze Naturali, sottolinea la ricercatrice, è un esempio positivo: “Per me è stato un importante trampolino di lancio proprio in virtù della varietà del percorso formativo.

Dà una base molto larga per esplorare quello che si vuol fare. Avere corsi di base ampi su Ecologia e Biologia apre la porta a diverse possibilità, stimola curiosità e pensiero critico ed è preferibile rispetto ad una formazione settoriale. Io ho sostenuto l’esame di Paleontologia, per esempio, apparentemente inutile per me che mi occupo ora di plancton. Eppure oggi negli oceani trovo la versione moderna di alcuni di quei fossili che studiai durante il corso. Mentre studio e ricerco si apre sempre nel cervello qualche cassettino che mi rimanda agli anni universitari”.

Ecco poi qualche suggerimento per chi è adesso all’università. Innanzitutto “va tenuto presente che il momento della tesi di laurea è fondamentale. Da lì, soprattutto se una tesi è sperimentale, possono scaturire opportunità. Consiglio poi di cogliere al volo le occasioni di partecipare alle campagne di studio e di monitoraggio, sia in Italia sia all’estero.

Aprono la mente e aiutano a capire dove si vuole andare. Capita che durante le campagne oceanografiche ci siano anche studenti sulle navi e vivono esperienze importanti sia dal punto di vista scientifico e della didattica, sia dal punto di vista umano. C’è chi si innamora di quella vita, ma c’è pure chi capisce che non fa per lui. Comprende che gli pesa rimanere settimane o mesi in uno spazio confinato come una nave o una base in Antartico. Non è mai tempo perso”. Aggiunge: “Io trascorro a bordo periodi che spaziano da una sola settimana ad un mese. Adesso sono responsabile di un progetto sul monitoraggio del plancton nel mare del Nord e ogni anno vado lì un mese in primavera.

La vita in nave è bellissima, ma non semplice. Richiede spirito di adattamento, duttilità, capacità di convivenza”. Lo sanno bene i giovani che hanno vissuto questa esperienza. “Due anni fa sono state in nave in campagna oceanografica con me due studentesse di Napoli. Quando ho preso parte alla missione in Antartico, poi, avevamo anche alcune giovani ricercatrici di Scienze Naturali, che sono rimaste lì due o tre mesi.

In una base, non in nave, ma la situazione era in gran parte simile”. Conclude: “Negli ultimi anni ho avuto modo di ospitare qui all’istituto in Norvegia studenti provenienti dal Corso della Federico II. Mi ha fatto molto piacere e mi è parso anche un modo per restituire un po’ di quello che ho ricevuto dall’Ateneo durante il periodo della mia formazione”.
Fabrizio Geremicca

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Ateneapoli – n.15 – 2026 – Pagina 16

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