“Nessun bambino nasce delinquente”

“Nessun bambino nasce delinquente”

Lezione su un tema di stringente attualità al Corso di Perfezionamento in ‘Legislazione penale minorile’

“Nessun bambino nasce delinquente”: è il motto di Don Luigi Merola, parroco e assistente sociale da anni in prima linea nella lotta anticamorra e ospite della prof.ssa Clelia Iasevoli, docente di Diritto processuale penale, nella prima lezione del Corso di Perfezionamento in ‘Legislazione penale minorile’, ricominciato l’8 settembre. Al suo fianco ci sono anche il sostituto procuratore presso il Tribunale per i minorenni di Napoli Francesco Cerullo e l’avvocato Mario Covelli, anche fondatore dell’Associazione Nazionale Camera Penale Minorile, perché il tema dell’incontro, per così dire, “scotta”. Il titolo della lezione è ‘L’accertamento processuale della violenza sessuale di gruppo’.

Il punto di partenza è proprio il grande clamore mediatico che si crea, come accaduto nelle ultime settimane, attorno al tema dello stupro, soprattutto se i protagonisti sono minori: “Resto molto rattristato, perché, quando si crea il pacchetto che può essere venduto all’informazione, nessuno rinuncia a quella divulgazione di notizie, che finiscono per creare dei seri danni”.
Sono le parole che il sostituto procuratore Cerullo riferisce raccontando di un caso a cui aveva lavorato qualche anno prima nel quale, a seguito della forte pressione mediatica, la vittima della violenza non si era presentata al processo per la deposizione. “Contattai gli autori degli articoli per notificare che non stavano facendo un servizio pubblico, ma intralciavano la costruzione della vicenda: nei reati a forte traumatismo, quando si sente sufficientemente protetta e creduta, la persona offesa riesce ad arricchire progressivamente il racconto di tutti i particolari. Più alte sono le interferenze emotive, meno razionale è il ricordo, quindi finisce che la deposizione convinca di meno”.

All’interno del racconto del dott. Cerullo si fondono perfettamente conoscenza giuridica e psicologica, con un’analisi accurata della sfera inconscia dei soggetti coinvolti in una violenza sessuale. Spiega infatti il significato della cosiddetta “omeostasi narcisistica”, cioè “l’avere motivi sufficienti di gioia e soddisfazione per poter mantenere certi equilibri”: “Un genitore funzionale è quello che capitalizza nel figlio motivi sufficienti di gioia e soddisfazione. Se il genitore è abbandonico, il figlio penserà di valere poco, pertanto penserà di non meritare amore e sorriso da parte dei pari, ma violenza. È una predisposizione alla vulnerabilità. D’altra parte, i profili di narcisismo maligno proiettano all’esterno la loro povertà narcisistica e anche loro pensano di non meritare: proiettando sugli altri e aggredendo credono di liberarsi dalla loro insoddisfazione. La radice tra chi fa e chi subisce è comune.

Ascoltare e comprendere chi si ha davanti va oltre il metodo processuale, diventa già parte integrante del processo di riabilitazione: “Durante gli interrogatori dedichiamo molto tempo alle istruttorie per conoscere meglio i ragazzi. C’è un enorme bacino emotivo in loro e spesso li sollecito in questa direzione: ‘Non sai esprimerti? Devi imparare a farlo’. È bello avere consapevolezza di quello che provi e saperlo esprimere attraverso le parole”. “La psicologia aiuta a realizzare una vestizione sartoriale delle fattispecie concrete”, anche al fine di costruire dei percorsi di riabilitazione mirati e dunque con più probabilità di successo.

Ma non basta: grande criticità sul tema della “messa alla prova” arriva dall’avvocato Covelli: “Alla fine è diventata una cosa punitiva, perché è necessaria la confessione e che venga poi praticata in comunità. Invece, deve essere svolta sul territorio: quando i richiami di quest’ultimo impediscono al minore di continuare la messa alla prova, meglio sia interrotta piuttosto che rischiare una recidiva successiva”. Forte è la critica all’allontanamento dei figli dalla famiglia, come vorrebbe il ‘decreto Caivano’: “Vi è differenza tra la criminalità nelle varie regioni. Qui tende, quasi come fosse un’eredità, a coinvolgere i figli nell’attività del padre. L’allontanamento è inutile perché questi, raggiunta la maggiore età, torneranno sulle orme paterne”.

La soluzione? “Lo Stato deve entrare in competizione con la famiglia del minore, offrire un’altra strada. Tutto ciò si fa con personale preparato, che sia in grado di non operare astrattamente sul piano dei valori ma sul piano dell’utilità concreta” di una vita vissuta nell’onestà.
L’idea per la quale lo Stato debba riappropriarsi di un’ormai perduta centralità nei percorsi di rieducazione piace anche a Don Luigi Merola che, da operatore dal 2007 con l’associazione ‘A voce d’e creature’ nel campo del recupero di minori a rischio, accusa lo Stato di “aver delegato tutto al terzo settore. Speravo che con ildecreto Caivano lo Stato istituzionalizzasse e convenzionasse associazioni come la mia e invece no. Noi stiamo ancora a pensare che dobbiamo mettere i genitori in carcere. Ma la maggior parte di questi ragazzi già hanno i genitori in galera. Chi ha fatto un decreto del genere non conosce il territorio. La pena deve sempre essere rieducativa, come si fa a parlare di repressione?”.
Giulia Cioffi

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