Vite migranti: convegno al Dipartimento di Psicologia

Vite migranti: convegno al Dipartimento di Psicologia

Il nostro presente è scandito da una parola: migrazione. Come a sua volta lo è stato il passato e senza dubbio lo sarà il futuro. “L’essere umano ha sempre migrato, sin dall’inizio della sua storia, e continuerà a farlo”, spiega la prof.ssa Daniela Cantone, docente di Psicologia clinica, psicanalista e curatrice – insieme alla collega Carmela Guerriera – della due giorni “Vite migranti”, che si terrà presso il Dipartimento di Psicologia i prossimi 8 e 9 giugno.

Un convegno internazionale nato da uno studio lungo due anni e che vuole mettere in comunicazione “società civile” e un mondo a parte, quello dell’altro, cioè del migrante. “Un aspetto che tende a rimanere in ombra – riprende la docente – è quello della migrazione giovanile. Nel nostro Paese approdano ogni giorno molti giovani, mediamente di 16-17 anni d’età. Dopo le prime cure e la registrazione nei centri d’accoglienza – come quello di Lampedusa – i minori non accompagnati vengono inviati presso altri centri, le case di seconda accoglienza, dove viene elaborato un piano educativo e di integrazione”.

Il problema è che a 18 anni compiuti i giovani migranti devono lasciare questi luoghi, trovandosi così sprovvisti degli aiuti necessari. Il convegno avrà come ospiti, oltre a psicologi, antropologi e testimoni, proprio due di queste cooperative, due case di seconda accoglienza che hanno sede nel casertano e nel napoletano: Less Onlus Impresa Sociale e Nuova Aries Onlus Impresa Sociale. “Ci sono accordi non onerosi tra il Dipartimento di Psicologia e le due cooperative, funzionali a un lavoro di osservazione e ricerca da parte dei nostri laureandi, i quali hanno accesso alle comunità e possono toccare con mano la quotidianità dei giovani migranti e degli operatori”.

Sono tre infatti i laureandi Magistrali che si sono già recati sul posto, Dario Savastano, Maria Laura Senese ed Emanuele Bartiromo, con lo scopo di raccontare le esperienze di vita vissuta di migranti e operatori. “Entrambi – dice Cantone – subiscono delle modificazioni nell’interfacciarsi con l’altro, e la figura dello psicologo è determinante in questo processo”. È per questo, infatti, che il convegno è principalmente rivolto agli studenti di Psicologia, affinché comprendano il modo corretto di relazionarsi con persone che non condividono lo stesso bagaglio culturale e valoriale.

Le difficoltà dello psicologo in questo settore sono molte e riguardano, oltre alla sistematica riduzione delle risorse a livello statale, l’ostacolo della lingua, il pregiudizio e, per certi aspetti, la curiosità dei giovani psicologi: “Spesso i giovani, spinti dal desiderio di conoscere, ‘forzano’ i migranti a parlare della loro esperienza, del loro viaggio, senza tenere conto che non tutti i migranti hanno alle spalle un viaggio traumatico e che, nel caso in cui ce l’abbiano, non è detto vogliano parlarne. Tra il trauma e la realizzazione dello stesso, infatti, deve trascorrere un certo tempo. Per questo noi cerchiamo di promuovere, con quest’iniziativa, una cultura psicologica e antropologica, utile agli psicologi di domani che scelgano di intraprendere queste professioni di frontiera, oggi attualissime”.

I risultati preliminari delle ricerche, troppo precoci per poter rappresentare un dato effettivo, sembrerebbero dimostrare che i giovani sono maggiormente predisposti all’accoglienza. Non così la politica e le istituzioni, che rendono molto difficoltosa l’attuazione delle proposte d’integrazione. Si viene così a creare un gap tra promotori dell’accoglienza e dell’integrazione e classe politica, dove a pagarne le spese sono i migranti, cioè vite umane. Una presa di posizione in fin dei conti insensata, se guardiamo ai pronostici per il futuro. I dati – illustrati per esempio nel National Geographic dello scorso aprile – dimostrano un profilo dell’Italia, nel 2050, tutt’altro che roseo.

Una popolazione anziana, con oltre il 35% di persone oltre i 65 anni, e un numero considerevole di giovani in età non lavorativa. Questo significa meno lavoratori, con molti non occupabili che graveranno su essi. Non così negli Stati Uniti, ad esempio, che resteranno a galla grazie alla spinta demografica sancita dai flussi migratori. Riuscirà l’Italia, grazie anche allo slancio propositivo delle nuove generazioni, a superare il pregiudizio della società civile e remare contro le istanze più tradizionaliste?

Una cosa è certa: il futuro, ancora una volta, sarà segnato da un aumento dei flussi migratori. La crisi ambientale costringe ogni anno milioni di persone a spostarsi dai propri luoghi d’origine. Entro il 2050, data in cui si presume che l’umanità raggiungerà il picco di 10 miliardi, il panorama dell’ambiente antropico sarà ridisegnato. Ne emerge un quadro in cui risulta stridente – e inopportuna – l’ostilità nei confronti dei migranti, poiché è nelle mani di essi che, probabilmente, si trova il nostro futuro. Formare i nuovi psicologi con una base antropologica serve quindi ad affermare un punto: la nostra società è cambiata e queste persone ora ne sono parte, sia che scelgano di restare o di dirigersi altrove – cosa che spesso avviene. Occorre conoscere l’altro per imparare ad accoglierlo, per capire che in fondo il confine geografico non è che un solco tracciato sui libri.
Nicola Di Nardo

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