L’Erasmus al confine del mondo

L’Erasmus “al confine del mondo”. Benedetta Policastro, 21 anni, al terzo di Biotecnologie per la salute, da inizio gennaio è a Tromsø, città della Norvegia settentrionale a nord del Circolo Polare Artico: “ci sono ovunque neve e ghiaccio. Ormai è diventato normale”. A ospitarla è la UiT (The Arctic University of Norway): “un’Università bella e grandissima. Si tratta di un Campus molto organizzato e informatizzato che ospita tutti i Dipartimenti”. In aula segue il corso di Farmacologia e tossicologia umana: “i professori sono molto seri, ma non formali. Ad esempio, vogliono che li chiamiamo per nome. Le lezioni, rispetto all’Italia però, sono un po’ fredde, un po’ ‘norvegesi’, ecco”. La didattica frontale è solo una parte dell’attività formativa: “amano molto i lavori di gruppo seguiti da relazioni e poster. Inoltre, una volta al mese è prevista la visita a realtà lavorative, sempre seguita da relazioni valutate e con un peso ai fini dell’esame”. Altro impegno di Benedetta è il tirocinio: “ti lanciano. Vai in laboratorio e fai, con tutti gli errori del caso, anche se fino ad allora a stento sapevo come usare una pipetta. In un mese ho imparato tantissimo”. Capitolo tesi: “si è tenuto un corso durante il quale ci hanno spiegato come scrivere un lavoro di tesi e, in generale, un lavoro scientifico. Le scadenze sono molto a breve termine. Abbiamo già dovuto sottoporre l’introduzione”. Con tanto di valutazione che nel suo caso è stato un “very good”. A stupirla sono state le giornate lavorative più brevi del solito: “a Napoli stavo all’Università dalle 8 alle 20. Qui in Norvegia alle 16 già non c’è più nessuno, non so come facciano”. La vita del weekend è nel segno del mens sana in corpore sano: “gli abitanti sono molto abituati al contatto con la natura. Almeno una volta a settimana è dedicata all’hiking, passeggiate faticosissime che noi studenti abbiamo preso alla leggera e senza la giusta attrezzatura. Con la neve alle ginocchia abbiamo percorso diversi chilometri e raggiunti i 500 metri di altitudine. Qui è normale, così come è normale vedere persone che arrivano all’Università con gli sci perché è molto diffuso lo sci di fondo”. A quasi due mesi dalla partenza si reputa: “pienamente soddisfatta. Non potevo scegliere destinazione migliore. All’inizio è stata una sfida di sopravvivenza, soprattutto per le condizioni meteo, visto che non si sale mai sopra lo zero. Il primo mese, poi, è stato completamente al buio”. Dell’Italia le mancano “gli amici, il cane e una pausa pranzo non alle 11.30”. Al ritorno, ad attenderla saranno “tutti gli esami del terzo anno che non ho potuto sostenere in Norvegia perché non previsti nel piano di studi della loro Triennale”. Ambizioni future: “mi piacerebbe tornare qui perché c’è molto spazio per la ricerca. Basta girare per i laboratori per capire che cercano personale. Il livello è molto alto, bisogna faticare. Altro aspetto che mi piace è che l’ambiente è misto. Basti pensare che nel mio gruppo di ricerca ci sono solo due norvegesi”.
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